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di Stefano Musolino*

Il Riformista, 27 luglio 2024

Siamo di fronte a un’autentica emergenza umanitaria: bisogna tutelare la dignità umana di chi si trova in carcere. Ora più che mai è indispensabile una vera riforma del sistema dell’esecuzione penale. C’è “...un tempo per cercare e un tempo per perdere, un tempo per serbare e un tempo per buttare via, un tempo per stracciare e un tempo per cucire, un tempo per tacere ed un tempo per parlare...”, la litania del Qoelet percorre le menti della comunità giuridica, di fronte ai numeri del sovraffollamento delle nostre carceri a cui si sommano, come conseguenza agghiacciante, quelli dei suicidi dei detenuti e del personale di Polizia Penitenziaria.

È l’oggettivo cinismo dei numeri a dire, con rara eloquenza, che la qualità di vita nei nostri istituti di pena è già al di sotto dei livelli che avevano giustificato la condanna dell’Italia da parte della Corte EDU nel famoso caso Torreggiani. Nelle carceri italiane, insomma, non si vive, si sopravvive. È, allora, la sapienza biblica - che sussurra al cuore di ogni uomo - a chiederci se questo sia il tempo delle rigide affermazioni di principio oppure il tempo della prossimità al dolore che urla alle nostre coscienze.

La domanda va accompagnata da una stipulazione preventiva che costituisce una premessa dimenticata nei discorsi pubblici: il diritto penale è immerso in una complessità policentrica allergica a semplicistiche soluzioni monodimensionali. La norma costituzionale, piuttosto, sollecita l’interprete a costanti bilanciamenti tra esigenze di sicurezza e diritti individuali che non sono dati una volta per tutte, ma richiedono costanti revisioni ed affinamenti. Per questo la costruzione del consenso elettorale nel campo del diritto penale (in funzione anestetica delle paure sociali, alimentate mediaticamente) inquina il dibattito parlamentare ed il discorso pubblico con rigidità ideologiche, irrisolvibili alla complessità dei bilanciamenti che la materia pretende, pena la sua trasformazione in bieco strumento politico, piuttosto che regolamento equilibrato di esigenze sociali e di diritti individuali.

Tuttavia, la comunità dei giuristi non può accettare le semplificazioni, i timori e le timidezze che caratterizzano l’approccio della politica parlamentare ai problemi della detenzione, è tempo di sollecitare un’assunzione di responsabilità coerente con la gravissima emergenza umanitaria che percorre i nostri istituti di pena. Per questo, ormai da qualche mese, Magistratura democratica, insieme ad Antigone, all’accademia ed alla classe forense non ha esitato ad unirsi al coro di voci di chi reclama una riforma del sistema dell’esecuzione penale, in modo da poter riaffermare il volto costituzionale della pena e assicurare la dignità di ogni persona che si trova a vivere e lavorare in carcere.

Non solo abbiamo auspicato interventi in un’ottica di medio e lungo periodo che ambiscono ad incidere sulle deficienze strutturali del sistema penitenziario, ma di fronte alla costante emergenza umanitaria che caratterizza la vita detentiva, abbiamo ritenuto necessario sollecitare anche l’approvazione di provvedimenti di clemenza. È vero, l’amnistia rompe il principio di uguaglianza nell’applicazione della legge ed ha effetti correttivi contingenti e discriminatori delle storture del sistema penale esistente, erodendo il principio di legalità penale ed indebolendone l’efficacia general-preventiva.

Tuttavia, bisogna prendere atto che, in assenza di graduali strumenti di clemenza, l’attuale sistema penale collassa, stressato da una domanda di punizione eccessiva rispetto ai mezzi ed alle risorse disponibili. Si tratta di prendere atto che siamo di fronte ad un’autentica emergenza umanitaria, rispetto alla quale le nostre risolute certezze e gli indefessi principi che le fondano devono cedere il passo innanzi alla tutela della dignità umana deturpata quotidianamente dalle condizioni di vita in cui sono costretti i detenuti che abitano le nostre carceri.

Sono i numeri a dirci che la misura è colma e che è il tempo di scelte straordinarie. Ed infatti, il sovraffollamento strutturale e sistemico che caratterizza le nostre carceri ha trasformato la pena in un trattamento inumano e degradante, incompatibile con le nostre regole costituzionali ed eurounitarie. Una situazione che reclama interventi straordinari attraverso gli strumenti di politica criminale che la Costituzione mette a disposizione del Legislatore; ed all’art. 79 la nostra Carta riconosce agli istituti di clemenza generale il compito di intervenire quando le concrete modalità esecutive sfregiano “il volto costituzionale del sistema penale”, che vincola il legislatore della punizione a esercitare le proprie prerogative “sempre allo scopo di favorire il cammino di recupero, riparazione, riconciliazione e reinserimento sociale” del reo, per come ci insegna la sentenza n. 179/2017 della Corte Costituzionale.

È tempo che il Parlamento si assuma la responsabilità delle scelte, perché è solo assicurando autentiche e concrete condizioni di dignità alle persone sottoposte all’esecuzione penale e rendendo non utopica la promessa di reinserimento sociale che si riuscirà ad ottenere un avvicinamento alla funzione che la Costituzione assegna al diritto penale.

*Segretario nazionale di Magistratura democratica