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di Paolo Delgado

Il Dubbio, 4 maggio 2026

C’era una volta il correntismo. E no, non era una deviazione patologica della politica italiana: era la politica italiana. Negli anni Settanta e Ottanta, quelli della Prima Repubblica, per capirci, le correnti non erano un vizio da estirpare ma il motore stesso dei partiti, la loro grammatica interna, il modo concreto con cui il potere si distribuiva, si negoziava, si litigava. Prendete la Democrazia Cristiana: un partito che formalmente era uno, ma in realtà erano dieci, quindici, venti partiti sotto lo stesso tetto. C’era la corrente di Aldo Moro, quella di Giulio Andreotti, quella di Amintore Fanfani. E non erano sfumature ideologiche per anime belle: erano strutture di potere organizzate, con uomini, tessere, voti, giornali, enti pubblici e sottogoverno. Una corrente non era un’opinione: era una filiera. Il punto è che funzionava. Cinicamente, spudoratamente, ma funzionava.

Il correntismo era una forma di rappresentanza interna: invece di esplodere fuori dal partito, il conflitto si consumava dentro. E dentro si trovava una sintesi. Non sempre elegante, spesso opaca, talvolta indecente, ma politica. La politica, appunto: quella cosa che oggi si invoca come purezza e allora si praticava come compromesso permanente. Nel Partito Socialista Italiano la musica non cambiava. Bettino Craxi non conquistò il partito con un colpo di genio, ma costruendo pazientemente una sua corrente, ribaltando equilibri, stringendo alleanze, occupando spazi. Il correntismo era la palestra del potere: chi non sapeva muoversi lì dentro, semplicemente, non esisteva.

E poi c’era il Partito Comunista Italiano, che ufficialmente non aveva correnti perché il centralismo democratico era una cosa seria, almeno sulla carta ma che in realtà viveva di equilibri interni altrettanto complessi, solo meno dichiarati. Le differenze tra la linea di Enrico Berlinguer e altre anime del partito non erano folklore: erano politica vera, solo senza il cartellino della corrente. Il correntismo, insomma, era una forma di pluralismo organizzato. Certo, portava con sé tutto il corredo che oggi fa inorridire i benpensanti: clientelismo, spartizione, lottizzazione. Le aziende di Stato, la Rai, le banche pubbliche: ogni cosa aveva la sua quota, il suo equilibrio, la sua corrente di riferimento. Un manuale Cencelli applicato con la precisione di un orologiaio svizzero e la morale elastica di un prestigiatore.

Poi arrivò Mani Pulite e cambiò tutto. O almeno così si racconta. In realtà non è che il correntismo sia scomparso: si è travestito. È diventato meno esplicito, meno strutturato, più ipocrita. I partiti si sono personalizzati, le correnti si sono trasformate in cerchi magici, comitati elettorali, fedeltà liquide. Prima si chiamavano correnti, oggi si chiamano “aree”, “sensibilità”, “retroscena”. Ma la sostanza è la stessa: gruppi di potere che competono per il controllo delle leve decisionali.

La differenza è che allora lo si ammetteva, oggi lo si nega. E negandolo lo si rende peggiore, perché perde quella funzione - per quanto cinica - di regolazione interna del conflitto. Negli anni Settanta e Ottanta il correntismo era una malattia cronica ma gestita. Oggi è una febbre intermittente: scoppia, si nasconde, si traveste, e nel frattempo logora i partiti senza neppure avere il coraggio di dichiararsi. Il paradosso è tutto qui: abbiamo passato trent’anni a demonizzare il correntismo, e ci siamo ritrovati con un sistema che ne conserva i difetti senza più averne i meccanismi di equilibrio. Prima era un vizio pubblico, oggi è un’abitudine privata. Prima si vedeva, oggi si finge di no. E quando la politica finge, di solito, è già finita.