di Gabriele Romagnoli
La Repubblica, 30 maggio 2022
Lo scorrere delle ore non viene avvertito ovunque allo stesso modo. In Oriente non c’è una scadenza. Si possono sopportare la fase carsica, il conflitto d’attrito e di logoramento, il piano quinquennale, il lungo periodo. Il sacrificio della vita umana diventa necessità.
La guerra, la pace, l’amore, la morte: è sempre questione di tempo. Ma siamo sicuri che venga percepito ovunque alla stessa maniera? E che cosa ne deriverebbe se così non fosse? Prendiamo, ad esempio, la comicità. Si usa dire che equivalga alla somma di tragedia più tempo. Quando arriva la canzone di Checco Zalone (La vacinada per il Covid, Sulla barca dell’oligarca per la guerra in Ucraina) è evidente che per noi, qui in Italia, l’ora più buia sia considerata trascorsa. Desideriamo andare oltre, volgere il dramma in parodia, le foto dell’orrore in meme ironici. Abbiamo, e questo vale per l’Europa di cui facciamo parte, non soltanto un diverso fuso orario, ma anche un differente rapporto con il tempo e, di conseguenza, con la pazienza, la progettualità, l’attesa.
In Oriente, in Russia, ma anche nel mondo arabo, è come se scorresse diversamente, quasi tendesse al “tempo di Dio”, alla pur discussa equiparazione tra “giorni” e “anni”, al millennio che passa come un turno di veglia nella notte. Non c’è una scadenza, la scadenza è una fissazione che impone la conclusione del lavoro in tempo, o scatta la pena, addirittura la morte, infatti in inglese è deadline. Altrove ci vuole il tempo che ci vuole.
Per questo si possono sopportare la fase carsica, la guerra d’attrito e di logoramento, il piano quinquennale, il lungo periodo. Per questo e perché il sacrificio della vita umana che qui è scandalo altrove è necessità. Si può fare, si può ragionare sul raggiungimento di un obiettivo in termini di generazioni. Spazio e tempo sono convenzioni che in una guerra si rompono. Sono convenzioni spaziali i confini che infatti vengono rimessi in discussione. Neppure il tempo sopravvive allo strappo.
L’idea di un tempo uniforme è un’illusione, seppur diffusa. Già i greci avevano quattro parole differenti per indicarlo e di queste noi consideriamo solo quello, chronos, che si riferisce al tempo sequenziale, dimenticando soprattutto kairos, il senso di momento opportuno, o supremo, quello che determina l’evoluzione delle cose e che va preparato lasciando scorrere, anche su di sé, il resto.
È stato Henri Bergson a scindere tempo vissuto e tempo oggettivo e a spiegarci che viene percepito diversamente a seconda del nostro stato d’animo. Einstein ha sostenuto, poi è stato dimostrato, che il tempo scorre più veloce in montagna che in pianura. Qui siamo su una vetta, altrove c’è la steppa tendente all’infinito. Non c’è stata la guerra lampo? Si procederà altrimenti, giorno dopo giorno, maceria su maceria, a qualunque costo e sacrificio (umano). Molti morti, nessuna deadline.
È stato filosoficamente discusso “il paradosso dell’artificiere”. Si immagina che in un edificio venga trovata una bomba collegata a un timer. Viene chiamato un artificiere. Esamina l’ordigno e si convince che sia uguale a un altro che ha disinnescato il giorno prima. Per farlo aveva impiegato 2 minuti netti. Qui il timer ne segna 2 e 10 secondi, quindi è sicuro di farcela. Certo, se il tempo è oggettivo e non convenzionale. Qualcuno potrebbe fargli sorgere il dubbio per cui niente può garantire che due eventi non contemporanei abbiano la stessa durata e la sua fiducia nelle proprie capacità non sia giustificata e sufficiente.
Ma soprattutto, che cosa resta dei quotidiani conteggi sulle perdite umane ed economiche di un esercito e di un Paese se chi lo guida, chi lo segue e chi eventualmente gli dovesse succedere è disposto a sacrificare per il proprio obiettivo un artificiere dopo l’altro ogni 2 minuti, per quanto durino?











