di Alice Dominese
Il Domani, 1 agosto 2025
Secondo l’ultimo rapporto sulle condizioni di detenzione pubblicato dall’associazione Antigone, solo il 35 per cento dei reclusi è in carcere con una sentenza definitiva e, nella grande maggioranza dei casi, si tratta di giovani adulti tra i 18 e i 25 anni che hanno compiuto il reato da minorenni. La fine della scuola e della sua routine quotidiana arriva ogni anno anche negli istituti di pena minorili. Ma ciò che questa fine porta con sé non è il tempo del riposo e dello svago. Nella maggior parte dei casi è solo altro carcere e altro tempo vuoto che si sommano alle condizioni già critiche negli Ipm. Quando ad agosto 2024 decine di giovani detenuti hanno devastato e incendiato alcuni locali del carcere Ferrante Aporti di Torino, minacciando anche alcuni agenti di polizia e provando a evadere, la loro quotidianità era fatta di sovraffollamento, caldo estremo e assenza di attività.
Quasi un anno dopo, il Tribunale dei minori ha emesso nove condanne per i reati di devastazione e saccheggio a carico dei quindicenni e diciassettenni allora detenuti, per un totale di ulteriori 37 anni di carcere. Quasi un anno dopo la protesta, l’estate dei reclusi all’interno dell’Ipm torinese ha in parte un altro aspetto.
Il perché della rivolta - “Ci siamo chiesti il perché della rivolta, ma le motivazioni sono sempre difficili da trovare, ci sono tante concause. Il sovraffollamento è uno: l’anno scorso c’erano più di 60 ragazzi detenuti a fronte di una capienza massima di 46 posti. E poi il tempo vuoto era troppo, nei mesi estivi non c’erano attività” dice don Silvano Oni, cappellano del carcere minorile torinese. Per riempire un periodo lasciato troppo spesso privo di stimoli, per l’estate in corso si è deciso di popolare il carcere con attività formative, sportive e culturali che normalmente si esaurivano con la fine della scuola. A differenza dell’anno passato, per favorire lo svolgimento delle attività che sono state introdotte, i detenuti vengono suddivisi a piccoli gruppi e il rapporto con educatori e mediatori culturali è considerato prioritario.
In dieci anni di incarico Monica Cristina Gallo, garante comunale dei diritti delle persone private della libertà, non aveva mai assistito a una protesta simile a quella dell’agosto scorso: “All’origine della devastazione c’erano condizioni di disagio, stanchezza e rabbia legati a situazioni che erano diventate insostenibili. Il decreto Caivano ha portato a un aumento dei giovani detenuti in carcere e i ragazzi dormivano anche a terra per mancanza di letti disponibili. Con numeri così alti la gestione delle attività era compromessa e i ragazzi inevitabilmente vivevano una detenzione poco dignitosa”. Da fine luglio i detenuti avevano iniziato a protestare con azioni di battitura per poi passare a incendiare e distruggere alcune celle, l’ufficio del direttore, il refettorio, i laboratori e la biblioteca.
Oggi l’Ipm Ferrante Aporti è un carcere che ha raggiunto la sua capienza massima. Il sovraffollamento per il momento non si verifica, ma il passaggio di chi entra e chi esce continua a essere elevato. Questo accade soprattutto perché, come nel resto dell’Italia, la maggior parte dei minori transita nell’Ipm per via di una misura cautelare, rimanendo in cella pochi mesi o addirittura qualche giorno.
Secondo l’ultimo rapporto sulle condizioni di detenzione pubblicato dall’associazione Antigone, infatti, solo il 35 per cento dei reclusi è in carcere con una sentenza definitiva e, nella grande maggioranza dei casi, si tratta di giovani adulti tra i 18 e i 25 anni che hanno compiuto il reato da minorenni. A fine marzo 2025 erano 597 - di cui 26 ragazze - i detenuti nelle carceri minorili italiane. Nei 17 Ipm presenti in totale sul territorio nazionale, nove si trovavano in condizione di sovraffollamento, “un dato mai registrato nelle carceri minorili prima del decreto Caivano del settembre 2023 che ha ampliato la possibilità di applicazione della custodia cautelare per i minorenni e ridotto l’uso delle alternative al carcere” riportano gli autori del ventunesimo rapporto Antigone.
Non esistono dati storici sulle cosiddette rivolte carcerarie avvenute negli istituti di pena minorili in Italia, ma nell’arco del primo anno trascorso dall’introduzione del decreto emanato in risposta ai reati commessi nel comune di Napoli, Antigone ha contato 28 proteste. La sommossa che si è verificata al Ferrante Aporti di Torino è tra queste. Prima e dopo quell’evento, le situazioni critiche all’interno dell’Ipm restano tuttavia una costante: “Le manifestazioni di protesta sono frequenti e variano dai materassi incendiati ai gesti autolesivi - dice Gallo - I ragazzi in carcere si tagliano spesso”.
Se a livello nazionale giovani detenuti italiani e di origine straniera si equivalgono, la maggior parte dei giovani reclusi presenti nel carcere torinese sono minori stranieri non accompagnati o quelli che il cappellano chiama “Italiani di seconda generazione”. “Quando arrivano in carcere, il tempo per instaurare una relazione costruttiva è poco: bisogna superare la loro diffidenza nei confronti degli adulti, che li hanno quasi sempre imbrogliati - racconta don Silvano Oni - Le loro storie sono tremende: hanno affrontato lunghi viaggi rischiando la vita per la fame e per il freddo, sono stati picchiati e spesso non hanno ricevuto nessun aiuto. Non serve scusarli o fare del buonismo, ma bisogna ascoltarli e provare a capirli”.











