di Paolo Venturi e Flaviano Zandonai
vita.it, 15 agosto 2026
Il non profit italiano muove quasi 93 miliardi di euro. Il 5 per mille vale 633 milioni e le fondazioni di origine bancaria hanno erogato 1.424,5 milioni di euro. Sono gli ultimi numeri registrati. Risorse importanti certo, ma ridurre tutti i beni e servizi generati ai soldi risparmiati dal pubblico è una trappola. Andrebbe pesato invece il patrimonio relazionale e generativo che il settore produce. Partiamo dai numeri. Secondo l’ultimo censimento Istat, il non profit italiano muove quasi 93 miliardi di euro di entrate, in crescita del 32% rispetto al 2015: oltre 360mila organizzazioni, più di 5 milioni di volontari, quasi un milione di occupati.
Il 5 per mille 2025, certifica l’Agenzia delle Entrate, ha toccato i 633 milioni di euro, scelti da quasi 18,5 milioni di contribuenti a favore di 96.540 enti, di cui oltre 378 milioni destinati agli enti del Terzo settore. Le fondazioni di origine bancaria, secondo il 31° Rapporto Acri sui bilanci 2025, hanno erogato 1.424,5 milioni di euro per oltre 26mila progetti, il 30,4% in più rispetto al 2024 e il miglior risultato degli ultimi diciassette anni, con quasi 422 milioni destinati al solo welfare.
Una patologia dello sguardo - Una massa imponente di risorse che alimenta un soggetto dalla natura peculiare: il Terzo settore promuove e genera beni e servizi che molto spesso, non sempre ma molto spesso, i beneficiari non pagano, o pagano residualmente, o comunque non a valore di mercato. Ed è proprio qui che si annida la tentazione. Quando ci si siede al tavolo di chi condivide le risorse, pubblico o privato che sia, prevale un riduzionismo di fondo: il valore coinciderebbe con il risparmio. Quanto fa risparmiare alla pubblica amministrazione un inserimento lavorativo, quanto fanno risparmiare i servizi gratuiti erogati dal volontariato rispetto a quelli pubblici, quanto “rende” ogni euro donato. È una patologia dello sguardo che si ripercuote come messaggio e che genera spesso quella dipendenza che sta alla base di molte distorsioni del settore.
Il risparmio non spiega il valore - Quanto risparmio non dice che valore ha. Il risparmio generato per le casse pubbliche dall’abbassamento della recidiva non equivale alla fioritura di una persona che lavora, si costruisce una vita e inizia a sua volta a generare. Il tempo trascorso da un volontario ad accompagnare una persona nel fine vita non coincide con il costo di un’unità lavorativa equivalente. Il valore di una comunità che rigenera un paese, di un’impresa sociale che alimenta welfare e relazioni, non sta in nessuna colonna di un bilancio pubblico.
La tentazione di monetizzare la gratuità - Monetizzare la gratuità significa trasformare l’essenza del dono in lavoro non pagato: un intangibile sociale non vale la sua monetizzazione, vale di più e in modo incommensurabile. Ma allora perché cadiamo così frequentemente nella trappola della misura del risparmio? L’efficienza, così come il risparmio, è certamente un pezzo del valore generato, ma non è e non può rappresentare il valore, che è un surplus contributivo. La domanda giusta sul 5 per mille non è quanti soldi ha fatto risparmiare allo Stato, ma cosa ha fatto accadere, cosa ha reso possibile, cosa ha innescato. Raccontare le professioni del sociale non è un atto di cronaca, ma un atto culturale e politico. È la scelta di portare finalmente sotto i riflettori chi lavora nell’ombra, chi svolge un mestiere che la società finge di rispettare e che invece tratta con noncuranza.
La logica del risparmio, tra l’altro, rischia di produrre involontariamente una deresponsabilizzazione del pubblico, legittimato a ritrarsi là dove il sociale “costa meno”. Bene l’efficienza, non l’efficientismo, ossia l’efficienza elevata a fine. Bene chiedersi cosa è utile, ma soprattutto cosa è bene. A ricordarci tutto questo è anche il principio di sussidiarietà sancito dalla nostra Costituzione dove basta una sola parola - favorisce - riferita all’azione della Pubblica amministrazione verso l’iniziativa autonoma di cittadini singoli e associati per finalità di interesse generale, a dirci che il risparmio, in sé, non serve a nulla.
Quanto vale il “cambiamento umano”? - Questa tentazione vince quando la governance si impoverisce di visione e di immaginario, e tutto si schiaccia su un’ipertrofica negoziazione con gli asset-holder. È lo stesso meccanismo che affida il cambiamento alla sola metrica quantitativa, desertificata da tutto ciò che non si lascia contare.
Come ricordava Peter Drucker, le organizzazioni non profit sono “organizzazioni per il cambiamento umano”, non fornitori a basso costo di welfare. E allora la questione, come ha provocatoriamente suggerito Mario Calderini, è che i bandi dovrebbero farli i soggetti dell’economia sociale, mettendo in competizione la finanza: è una questione di leadership e di visione. Se l’immaginario è guidato dalla compliance, dalla ricerca spasmodica dell’incentivo, dalla consolazione del risparmio generato o dalla gestione del consenso, la direzione del valore cambia.
Il bug intrinseco che impoverisce l’agire sociale - Peraltro questa dovrebbe essere una banale constatazione, visto che in alcuni ambiti di azione di assoluto rilievo del non profit come l’inserimento lavorativo delle persone fragili “si è dato” eccome in termini di analisi costi benefici. Eppure dopo decenni di evidenze nulla o poco è cambiato. Come mai? Facile addossare la colpa all’insensibilità dei decisori politici o alle rigidità della burocrazia nel riallocare le risorse in coerenza con gli impatti, ma c’è dell’altro. C’è, sempre più evidente, un bug intrinseco in queste metriche che inibisce l’intraprendere al di fuori del solco tracciato da un efficientismo che porta a impoverire l’agire sociale addirittura attraverso meccanismi di selezione avversa, ad esempio puntando su percorsi di inclusione a più elevato “ritorno dell’investimento”.
Verrebbe da dire che se il non profit è ancora preoccupato di essere colonizzato da logiche aliene e contraddittorie rispetto al suo modus operandi invece di prendersela con le derive del mercato dovrebbe mettere sul banco degli imputati schemi gestionali e valutativi che, al fondo, sono essi stessi estrattivi e che si sta auto somministrando ormai da tempo.
L’errore è non pesare il patrimonio relazionale e generativo - Il ruolo del non profit è creare valore, potenziare la democrazia, svolgere una funzione di trasformazione abilitando dal basso le comunità: non meri beneficiari, ma attori di un’innovazione sociale profondamente politica, economica e culturale. I 93 miliardi di euro, i 633 milioni del 5 per mille, il miliardo e 424 milioni delle fondazioni sono il dito che indica la luna. L’errore sarebbe limitarsi a contare le transazioni, o peggio i risparmi, senza pesare il patrimonio relazionale e generativo che il settore produce: la fiducia che ricuce comunità frammentate, la cura che restituisce dignità, la partecipazione che rafforza la democrazia. Se avremo il coraggio di riconoscere il non profit come istituzione generativa, quei numeri saranno solo la punta dell’iceberg di una ricchezza molto più grande. Non basta contare ciò che conta, occorre saper valutare ciò che vale. Il Terzo settore non fa risparmiare il Paese, in molti ambiti, lo fa esistere.









