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di Vincenzo Scalia

osservatoriorepressione.info, 3 maggio 2026

La rotta segue le disuguaglianze tra clemenza selettiva e repressione politica. Il timone della giustizia, come anche i fatti recenti dimostrano, ha una barra ferma, fermissima. In quanto segue la rotta della giustizia di classe, spietata coi gruppi sociali marginali, indulgente con amici e amiche. Il tutto condito da punte significative di sadismo e sfrontatezza, oltre che provocazione.

Le recenti cronache giudiziarie, in particolare quelle relative alla grazia a Nicole Minetti e al rinnovo del 41 bis nei confronti di Alfredo Cospito, riportano alla memoria un pamphlet provocatorio comparso a Padova 57 anni fa. L’autore, il neofascista Franco Freda, per attaccare la magistratura e la polizia che indagavano sui neofascisti, quindi anche su di lui, fece circolare un libello intitolato: “La giustizia è come un timone. Dove lo si gira va”.

Ci viene da smentire il titolo suddetto, non soltanto perché lo ha scritto un nazifascista sanguinario, che non può essere più processato per piazza Fontana per il ne bis in idem. Quanto perché, al contrario di quello che lui sosteneva nel 1969, il timone della giustizia, come i fatti recenti dimostrano, ha una barra ferma, fermissima. In quanto segue la rotta della giustizia di classe, spietata coi gruppi sociali marginali, indulgente con amici e amiche. Il tutto condito da punte significative di sadismo e sfrontatezza, oltre che provocazione.

In merito alla vicenda della grazia a Nicole Minetti, non si può non concordare con quanto affermato da altre osservatrici. Ci sono, nelle carceri italiane, 2500 detenute. Il 60% di loro ha figli. Ma sono costrette a lascarli ai nonni, ai partners, o a darle in affidamento. Specialmente per merito di una legge fortemente voluta dalle parti di via Arenula, caldeggiata dai leghisti, che pretende in modo esplicito di intimidire le donne rom che entrano nel circuito della criminalità di strada.

Una legge classista e razzista, in nome del quale si viola il diritto del minore a crescere con la madre, e quello di quest’ultima ad avere accanto il figlio o la figlia, magari in strutture protette. Viceversa, quando si tratta dell’ex-igienista dentale dell’ex-premier, nonché consigliera regionale, si adotta un parametro del tutto diverso. Si affrettano i tempi, si omettono verifiche in merito alla veridicità dei documenti ricevuti, si presenta il piatto apparecchiato davanti al Presidente della Repubblica, il quale, secondo la prassi per cui l’inquilino del Quirinale controfirma i provvedimenti clemenziali firmati dal Guardasigilli, appone la firma, col suo staff un po’ troppo superficiale nei controlli.

La legge è uguale per tutti, la giustizia è cieca. Ciò che vale per una Maria Rossi o per un’Irina Stankovic che siano, può e deve valere per Nicole Minetti. Il problema è che le prime due alla grazia non ci arrivano. Magari perché non hanno una rete amicale e di sostegno pronta ad accoglierle in un affidamento in prova. Nicole invece sì. Perché dispone degli amici giusti. E, forse, perché è ancora in possesso di informazioni che, se divulgate, potrebbero mettere in serie difficoltà le suddette persone del cuore. Ecco che la grazia scatta prontamente, sorvolando su nuovi episodi che coinvolgerebbero la dentista riminese. L’importante, come nella tradizione delle destre estreme, è mostrarsi forte coi (in questo caso con le) deboli, e debole coi  o con le forti.

Sulla stessa falsariga, è possibile leggere la vicenda del rinnovo del 41 bis ad Alfredo Cospito. C’è da premettere che, dalle parti di palazzo Chigi, hanno il dente avvelenato nei confronti dell’anarco-insurrezionalista pescarese. Il suo sciopero della fame aveva innescato una mobilitazione nazionale, che si era estesa in seguito anche al di fuori dei confini italiani. Alla fine gli erano state concesse le attenuanti per l’attentato di Fossano.

Ovviamente la partita non era chiusa, e lo si aspettava al varco per la scadenza del 41 bis. A fornire il pretesto, è sopraggiunto il contesto socio-politico attuale. Le mobilitazioni degli ultimi mesi per la Palestina, la vittoria del NO al referendum sulla riforma della giustizia, hanno messo a nudo l’attuale debolezza della compagine governativa attuale. La cui paura delle piazze, delle masse consapevoli e organizzate, è ancestrale, congenita. Come mostrano i decreti sicurezza, gli scudi penali per i poliziotti, gli sgomberi motu proprio di Leoncavallo e Askatasuna, la militarizzazione delle piazze.

Siamo di fronte a un succedersi di eventi che testimonia come, dalle parti di palazzo Chigi, siano alla disperata ricerca di un casus belli che legittimi misure repressive drastiche. Non essendo finora riusciti nel perseguimento dell’obiettivo, ecco che si ripesca la narrazione cospirazionista, di cui Alfredo Cospito è il terminale. Già ai tempi dello sciopero della fame, col sostegno di certi conduttori televisivi, si era arrivata ad ipotizzare la possibilità di mettere in piedi un complotto sovversivo che aveva come protagonisti camorristi e anarco-insurrezionalisti. Con Cospito, recluso insieme a membri della criminalità organizzata, a fare da snodo principale. Senza portare una prova tangibile a sostegno di questa tesi. Ma tanto è bastato perché in questi anni, a Cospito, venissero negati libri da leggere e foto dei propri genitori, senza mai specificare in cosa consistesse la pericolosità del possesso di questi effetti personali.

La recente morte, in circostanze ancora tutte da chiarire, di due giovani anarco-insurrezionalisti, avvenuta nella campagna romana mentre maneggiavano esplosivo, ha rimpolpato il cospirazionismo cospitiano. È stata impedita una manifestazione spontanea per commemorare i due morti, sono stati sottoposti a fermo preventivo 91 anarchici, è stata considerato indice di pericolosità l’ascolto della canzone Addio Lugano Bella! Una canzone che fa parte della storia del movimento operaio, e che la RAI, alcuni anni fa, trasmetteva regolarmente, facendola cantare, tra gli altri, a Giorgio Gaber ed Enzo Jannacci. Dalle ipotesi di reato si passa alla paranoia, ammantate dalla teoria tardo-collodiana del cattivo esempio, per cui Cospito sarebbe il Lucignolo dietro cui allignerebbero migliaia, o forse milioni, di Pinocchi. Se aggiungiamo che il governo si deve rifare una verginità dopo lo scivolone in cui è in corso col caso Minetti, si fa presto a fare i conti.

Sì, hanno paura. Hanno scoperto che possono perdere. Che non godono della legittimazione popolare. Che il malcontento sta crescendo. Allora ricorrono alla forza. Alla violazione dello stato di diritto. Cercando malferme giustificazioni complottiste che non hanno alcun fondamento empirico. Allora si comportano come suggeriva il loro cugino ideologico padovano. Cercando di girare la giustizia come un timone. Che però tiene la barra sulle disuguaglianze di classe. C’è da sperare che la nave affondi.