sito

storico

Archivio storico

                   5permille

   

di Tiziana Maiolo

Il Dubbio, 28 ottobre 2026

Preso di mira non per quello che ha fatto, o si presume abbia fatto, ma per i reati che potrebbe commettere, o far commettere ad altri. Ce ne siamo accorti da subito, che c’è qualcosa che non funziona, nelle accuse sulla cui base la procura di Milano lo ha voluto in carcere a San Vittore, in cella di isolamento nel settore riservato agli “ospiti” imputati o condannati per reati di terrorismo. Del resto le imputazioni contestate all’indagato, non solo per il nuovo reato di violenza organizzata nei cortei, ma soprattutto per l’istigazione a delinquere e l’uso di mezzi informatici, aprono la porta quasi automaticamente alla finalità eversiva. Costruita sul personaggio, secondo lo schema tipico del “tipo d’autore”. Secondo il quale Youssef Siher è il terrorista perfetto, agitatore di popolo, prima di tutto.

Ma in grado, con la sua forza di persuasione e con l’uso di un diffuso canale informatico, di istigare “… alla reiterazione sine die di manifestazioni ugualmente violente”, rispetto a quelle che per due giorni, il 17 e 18 ottobre scorsi, hanno devastato il centro di Milano. E i suoi messaggi, veicolati sulla piattaforma internet, avrebbero la forza di produrre nella cittadinanza “una situazione di irrefrenabile scontro, suscettibile di incutere il timore di trovarsi in un contesto di vera e propria belligeranza urbana”.

Non solo agitprop nei confronti dei giovani come quelli che hanno devastato e saccheggiato negozi e supermercati, ma anche pericoloso “untore”, in grado di terrorizzare cittadini innocenti di fronte alla prospettiva di una vera guerra civile. Certo, non tranquillizzano le posizioni politiche del trentenne italo-marocchino sul tragico episodio in Israele del 7 ottobre 2023 e le sue evidenti simpatie per il gruppo terroristico Hamas. Ma un concreto rapporto con quel mondo va dimostrato e soprattutto il fatto che da quel rapporto sia nata la commissione di reati di terrorismo. Per ora ci sono solo ipotesi e timori per il futuro. E una palese cultura del sospetto da parte della procura.

Non sono argomenti e comportamenti nuovi, da parte della magistratura. Insieme all’uso del “tipo d’autore”, che prescinde da fatti realmente accaduti (non dimentichiamo che Siher è intervenuto sui social solo “dopo” le devastazioni e i saccheggi), la nostra tradizione giudiziaria aggiunge solitamente la contestazione del reato associativo. Manca poco, per ora anche la compagna dell’italo-marocchino è indagata per gli stessi reati. In questi giorni si sono spesso evocati gli anni settanta, per la violenza di comportamenti nelle manifestazioni e per l’allarme che certi fenomeni politici hanno seminato. Non dimentichiamo che è esistita una generazione all’interno della quale qualcuno ha impugnato e armi e altri sono passati alla clandestinità e al terrorismo. Ma furono anche gli anni delle gravi ingiustizie con i processi.

La filosofia del “tipo d’autore” fu usata per esempio nei confronti del professore Toni Negri, il “cattivo maestro” del mondo della sovversione. Con un salto logico, prima ancora che politico, il docente padovano di Storia delle dottrine politiche fu accusato di essere il capo delle Brigate rosse e di aver organizzato il rapimento di Aldo Moro, presidente della Democrazia cristiana. Ancora più strampalata fu l’inchiesta nei confronti della rivista dell’autonomia “Metropoli”, il cui primo numero fu sequestrato in tutta Italia due giorni dopo l’uscita, perché conteneva un fumetto proprio su quel fatto tragico. Inutile ricordare come finirono quei processi, con il crollo dei teoremi accusatori, ma dopo che alcuni dei protagonisti avevano trascorso qualche anno nelle carceri speciali.

È proprio nel ricordo di quel che è accaduto che auspichiamo una maggior cautela da parte della magistratura. Certo, sentir definire l’assalto del 7 ottobre, con uccisioni, stupri e sgozzamento di bambini, come un “atto rivoluzionario di decolonizzazione” fa semplicemente orrore. Come lo fa sentir dire da un esponente di Rifondazione Comunista che c’è chi “simpatizza” per Hamas e chi “simpatizza” per Israele, come se uno Stato democratico fosse equiparabile a un sanguinario gruppo terroristico. Se a questo si aggiunge il condizionamento di un’opinione pubblica sempre più disorientata e accanita (Garlasco docet), si comprende una volta di più quanto sottile sia il confine tra responsabilità politica e responsabilità penale. Tra chi commette un reato attraverso atti concreti e chi è individuato come l’autore ideale per commettere lo stesso reato in futuro. E anche chi sia semplicemente un “cattivo maestro”, cui viene attribuita la responsabilità (quella penale è personale, dice la Costituzione) di azioni compiute da altri. Vedremo, molto presto speriamo, chi sarà davvero Youssef Siher. Terrorista o “cattivo maestro”?