di Rosella Postorino
La Stampa, 12 luglio 2025
A trent’anni dal genocidio di Srebrenica, nel giorno della commemorazione, io penso al tradimento. Penso ai bosniaci musulmani che in quella cittadina tra le montagne avevano cercato rifugio, perché era stata definita “zona sicura”, e rimasero invece intrappolati in una gabbia a cielo aperto, sotto il tiro dell’artiglieria serba, nel freddo invernale senza elettricità, falò di pneumatici accesi su strade innevate, per pranzo zucca e mais, per cena paglia e ghiande, le riserve d’acqua distrutte; penso a chi è morto di stenti, senza assistenza medica; a quello che una delegazione del Consiglio di Sicurezza inviata nell’aprile del 1995 chiamò “genocidio al rallentatore”, usando la parola che non si poteva pronunciare.
Un preludio al genocidio che tre mesi dopo sarebbe stato perpetrato in poche ore: ottomila uomini uccisi, gettati nelle fosse comuni, poi dissotterrati, smembrati e occultati in altre fosse, anche distanti. I parenti cercano ancora di ricostruire gli scheletri con la prova del Dna, spesso hanno in mano solo un mucchietto d’ossa. I dispersi sono tuttora un migliaio.
Penso alla fiducia con cui quelle persone avevano consegnato le armi, in cambio del cessate il fuoco, nella speranza di ricevere protezione dall’Onu. Quando il 6 luglio i serbi attaccarono, il comandante delle forze bosniache Bećirović le richiese indietro, ma il tenente colonnello Karremans, alla guida del battaglione olandese, rispose che difendere Srebrenica toccava all’Unprofor. I caschi blu ripararono a Potočari e la gente li seguì, ma solo 5.000 ebbero accesso al campo, gli altri 20.000 implorarono, si aggrapparono ai blindati, alcuni furono schiacciati dalle ruote. L’Europa non può permetterlo, si ripetevano. Chiunque l’avrebbe creduto. Chiunque si sarebbe sbagliato.
Penso alla presa in giro di Mladić: “Non abbiate paura, nessuno vi farà niente”, diceva l’11 luglio, distribuendo cioccolato e bibite fresche ai bambini davanti a una telecamera, benché il suo progetto fosse stato altrove dichiarato: “Il gregge è stato spinto nel recinto. Ora bisogna sparare sulla carne viva”.
Penso che persino gli accordi di Dayton sono stati un tradimento: non soltanto perché hanno lasciato Srebrenica nel territorio della Republika Srpska, ma perché hanno convalidato la divisione etnica contro cui la Bosnia aveva combattuto; per questo hanno fermato la guerra ma non hanno consentito la pace. Basta ricordare le spinte separatiste della Republika Srpska, la negazione del genocidio da parte del suo presidente Dodik, i programmi scolastici diversi che, in Bosnia, studenti di “etnia” diversa studiano nello stesso edificio, ciascuno basato sulla vittimizzazione del proprio popolo e la demonizzazione dell’altro.
Ma il tradimento non è stato unicamente dell’Europa verso la Bosnia. Il tradimento, iniziato durante la guerra nei Balcani e adesso al suo culmine, è dell’Europa verso se stessa. Difendendo la Bosnia, l’Europa avrebbe difeso le idee su cui era stata edificata: la tutela dei diritti umani, oltre al rifiuto della guerra. Nel Manifesto di Ventotene Rossi, Spinelli e Colorni lo scrissero chiaro: la divisione in stati nazionali sovrani non può che portare a un sovvertimento politico ed economico il cui effetto è la guerra.
Oggi che ci troviamo nel paradosso di un’Unione di stati sovranisti e nazionalisti, oggi che dell’Unione fanno parte anche democrazie “illiberali”, e i migranti sono respinti con violenza, rinchiusi, deportati, considerati “persone illegali”, mentre i diritti umani vengono trasformati in diritti nazionali, garantiti cioè solo a chi appartiene alla comunità nazionale, dunque non inalienabili, oggi che i morti in Ucraina sono 300.000 e che alcuni stati dell’Unione sono filoputiniani, oggi che di fronte agli oltre 50.000 morti di Gaza l’Europa non prende posizione, oggi che a Bruxelles si parla di corsa agli armamenti, penso a quando Alexander Langer andò con un gruppo di parlamentari europei a Cannes, dove i capi di Stato erano riuniti, per avvertire che l’Europa sarebbe morta o rinata in Bosnia. Pochi giorni dopo, il genocidio di Srebrenica fu una sentenza sulla sorte di noi tutti. A chi è convinto che questo tradimento - un suicidio al rallentatore - sia inevitabile, e tratta gli altri da ingenui, oppongo le figure di quei tre antifascisti che, pur confinati su un’isoletta del Tirreno, nel momento più tragico della Storia europea immaginarono che un’alternativa fosse possibile, e la inventarono.











