di Vincenzo Trione
Corriere della Sera, 3 giugno 2024
Nell’Università, come nella vita politica, ci muoviamo in un paesaggio per lo più abitato da “mezzeculture”. Mancano le grandi figure del passato che accendevano il fuoco della conoscenza. Avevano una vocazione: lasciare una impronta, una traccia, un segno negli studenti. Dar loro luce. Favorire la soggettivazione dei saperi. Qualcuno ci accuserà di nostalgia o di “retrotopia”. Ma è stato davvero formidabile il tempo lontano dei maestri, evocato da Luciano Fontana in una recente lectio brevis pronunciata all’Università di Roma. Ad esempio, chi ha frequentato la Facoltà di Lettere de La Sapienza negli anni settanta e ottanta ha assistito ai memorabili corsi di giganti come, tra gli altri, Argan, Brandi, Calvesi, Romanini, Romeo, De Felice, Sapegno, Asor Rosa, De Mauro, Sasso, Colletti e Garroni. Anche altrove si potevano vivere esperienze analoghe. Bastava entrare in tante aule universitarie, per incontrare grandi personalità di diversa provenienza culturale e ideologica. Autentici fari per intere generazioni, esperti in una specie di sport estremo: scalate le montagne, conducevano verso le vette più alte, consegnando da lassù una vista unica.
Figure leggendarie e temute, che avevano i vizi (e le virtù) dei baroni. Capaci di accendere il fuoco della conoscenza, senza mai esaurirlo. Severe e rigorose, ma anche istrioniche. Scientificamente inattaccabili e, insieme, seduttive. Modelli ai quali ispirarsi: talvolta, per distanziarsene. Esempi verso cui tendere, non di rado portati a concepire il proprio lavoro come un esercizio, manifesto o nascosto, di potere. Dotati di un fascino intellettuale, psicologico, sociale e finanche fisico, quei carismatici professori avevano un’autorità dottrinaria, morale, istituzionale. Avvolti in una sorta di aura, potevano punire, escludere, promuovere o difendere. Ma, soprattutto, pur senza dichiararlo, addestravano a stare al mondo: e a interrogarlo.
Erano studiosi abili nel far capire con le parole ma anche attraverso i gesti, i silenzi e le pause, inclini a pensare la propria disciplina non come un fine ma come un punto di partenza per possibili aperture e divagazioni: specchio su cui riflettere i motivi più vivi e inquieti della loro epoca; recipiente dentro cui gli allievi potevano riversare se stessi e le loro domande.
Voci di un’Università ancora per pochi, quegli “antichi maestri” avevano una vocazione: lasciare una impronta, una traccia, un segno negli studenti. Fecondarli. Dar loro luce. Favorire la soggettivazione dei saperi. E suggerire piste possibili. Da queste intenzioni sono nate lezioni costruite come insostituibili momenti di scambio e di fiducia: attraverso giochi di interazione e di osmosi, il professore insegnava e, al tempo stesso, apprendeva dai giovani che lo ascoltavano. Erano occasioni fondate sulla reciprocità, come nelle dinamiche amorose. È quel che ha ricordato George Steiner: “Il maestro impara dal discepolo ed è modificato da questa interrelazione in quanto essa diventa, idealmente, un processo di scambio”. Forse, negli anni, è rimasto poco nella memoria di chi ha assistito a quei corsi: analisi, episodi e argomenti sono svaniti. È sopravvissuto l’essenziale, che non ha una consistenza, ma custodisce una verità. “Ciò che mi è rimasto non sono le nozioni che i miei professori preferiti mi hanno trasmesso, ma l’entusiasmo per l’apprendimento che sapevano ispirare”, ha sottolineato l’editorialista del New York Times Thomas L. Friedman.
È ora? Addio aura. Con rare eccezioni. Nell’Università, come nella vita politica, ci muoviamo in un paesaggio per lo più abitato da “mezzeculture”, per dirla con Adorno. Da qualche anno è in atto il progressivo tramonto dei maestri. Che troppo spesso sono stati sostituiti da professori incapaci di combinare ricerca e didattica; costretti a svolgere la propria missione in maniera impiegatizia; condannati dall’attuale sistema a non dedicarsi a libri che richiedono tempo, dedizione, acquisizione di documenti, per pubblicare, invece, frettolosamente, su riviste senza circolazione, studi iperspecialistici, di breve respiro, piuttosto descrittivi, destinati all’irrilevanza, privi dell’ambizione a entrare nel dibattito pubblico e a “rimanere” (ci riferiamo soprattutto a coloro che operano nell’ambito delle humanities).
È, questo, l’inevitabile e doloroso esito di un’università caratterizzata da una benefica democratizzazione ma anche afflitta da una perversa licealizzazione; stritolata da attività organizzative e gestionali, da “mediane” e da algoritmi; seppellita sotto le spoglie di una cultura tecnocratica, utilitaristica, notarile, volta a imprigionare in procedure standardizzate, programmate, omogenee.
Eppure, nel nostro Paese, non mancano le sacche di resistenza: intelligenze, competenze. Manca, però, un ambiente che sappia riconoscere, allevare e valorizzare quei talenti. Forse, si potrebbe muovere proprio da questa consapevolezza. Non rassegnarsi alla prospettiva di atenei ripiegati su se stessi, portati a promuovere chi vi si è formato sin dalla laurea, occupati da “pubblicatori seriali” su riviste di fascia A e da ricercatori-burocrati, cresciuti secondo la logica della fedeltà. Per creare, invece, le condizioni affinché le Università possano di nuovo tornare a farsi “agorà” per nuovi maestri.
Si tratta di figure necessarie. Soprattutto, oggi. In una fase storica come quella che stiamo attraversando - simile a un parallelogramma di forze - i giovani, in bilico tra disorientamento e indifferenza, sono in attesa di stelle polari, che educhino a porre domande scomode, a non accettare sintassi fatte di regole definite, a sottrarsi a caselle già fissate, a passare sopra le evidenze del reale, a cambiare la disposizione di parti di mondo, a immaginare un presente diverso.
È, questa, un’urgenza di cui si era fatto interprete, nelle pagine del De magistro, Tommaso d’Aquino, secondo il quale il sapere, come la virtù, in potenza, esiste in ciascun uomo. Tuttavia, c’è bisogno di qualcuno che si comporti come una levatrice e che, insieme, si faccia fonte di trasmissione di conoscenze tra generazioni diverse. Ecco: senza maestri si spezza la catena che proietta il passato verso il futuro, la società di ieri verso quella di domani.










