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di Emilia Rossi

Il Dubbio, 8 settembre 2026

Che si sia trattato di un palpeggiamento e non di uno stupro l’abbiamo appurato tutti un giorno dopo l’uscita in esclusiva sulla Stampa di Torino della notizia dal titolo “Violenta una 13enne nel minimarket. Il gip lo scarcera: “Ha mostrato dispiacere”. Non è servito però a far rivedere il verdetto emesso dal Tribunale del Popolo che ha sede nei social e si pronuncia in tempo reale con decreti inoppugnabili, senza tanti fronzoli di garanzie: aveva già condannato alla galera immediata e possibilmente perpetua il violentatore-palpeggiatore di Torino, giusto come alternativa a lasciarselo consegnare nelle proprie mani, come è stato scritto sulla saracinesca del negozio in cui lavorava, abbassata per sempre.

Con buona pace di quelli che in quel negozio ci lavoravano secondo le modalità in bianco e nero dei minimarket bangla, note a tutti e improvvisamente “scoperte” con la tradizionale ipocrisia italica non appena serve un capro espiatorio in più.

E non è servito nemmeno a evitare che condannasse anche il giudice, la GIP di Torino, nel frattempo identificata con nome e cognome grazie alla solerzia del nostrano giornalismo d’inchiesta, cui è stato augurato, anzi pronosticato, tutto il male possibile, con un verdetto condito di ogni genere di insulto e di indicazioni di quello che il Tribunale del Popolo avrebbe fatto al suo posto e lei avrebbe dovuto fare. Un verdetto che ha avuto il supporto immediato delle massime autorità dello Stato.

Il/la Presidente del Consiglio ha accusato la giudice di aver rotto la catena di sicurezza predisposta dal Governo. Il Ministro della giustizia ha deciso di mandare gli ispettori a Torino, anche se non possono valutare il merito di un provvedimento giudiziario. E sono arrivate anche le iniziative politiche: dalla proposta dei membri laici del Consiglio superiore della magistratura di parte destra di aprire una pratica contro questa giudice, all’interrogazione al Ministro presentata da parlamentari di parte sinistra sul male-fatto della GIP. A questo punto la faccenda si fa maledettamente seria e impone di uscire dall’ironia, cioè dall’unica reazione sensata di fronte a paradossi del genere, un tempo impensabili. Perché aggredire un Giudice non è soltanto un oltraggio alla sua persona, che già basterebbe a chi è ancora dotato di un minimo rispetto delle istituzioni, ma è proprio violentare (è il caso di dirlo) il senso stesso dell’esercizio della giustizia, il radicamento della giurisdizione nei principi dello Stato di diritto.

Il problema più grave per chi è ancora attaccato ai valori del sistema liberale della giustizia, è che le “argomentazioni” usate dalle persone comuni, anche di quelle normalmente ragionevoli e moderate nei toni, hanno aperto ancora una volta uno squarcio disarmante su come si intendano generalmente la funzione giurisdizionale e i suoi istituti normativi. La custodia cautelare è vista come la carcerazione preventiva di quasi quarant’anni fa, perché si ritiene inconcepibile la cosa che è (o dovrebbe) essere normale in un sistema liberale: che una persona subisca un processo rimanendo fuori del carcere, anche se per fatti gravi a norma di legge. Salvo poi, alcuni, piangere sul latte versato del sovraffollamento carcerario e delle condizioni vergognose delle nostre prigioni. I parametri di giudizio dettati dalla Costituzione e dalle leggi sono sostituiti dal buon senso comune e dal sentire del popolo: è a questi, si ritiene, che deve attenersi un giudice, perché le regole del diritto sono fredde e non rispecchiano quello che la gente vuole e si aspetta.

La stessa regola, naturalmente, deve valere anche per il Tribunale del Riesame che dovrà esprimersi tra poco sul provvedimento della GIP impugnato dalla Procura, il cui intervento riparatore è stato invocato da più parti, anche giudiziarie, con tanti saluti all’indipendenza, libertà e serenità di giudizio che tutti i magistrati devono avere.

Come ci siamo arrivati a questo punto di inciviltà che investe i fondamenti della nostra democrazia? La responsabilità principale ce l’ha indubbiamente la politica populista cavalcata dalle Erinni dei due poli, di sinistra e di destra, allo stesso modo: è da almeno trent’anni che ogni partito suscita e nutre domande securitarie e si abbuffa del consenso popolare ottenuto a costo zero, con leggi repressive che non incidono per nulla sulla prevenzione dei fenomeni o fatti criminali ma fanno tanta bella figura giustiziera e vendicatrice. L’approvazione all’unanimità della nuova fattispecie del femminicidio, strampalata quanto inutile in termini di deterrenza, come dimostrano le cronache quotidiane, è solo un esempio del fatto che nessun populista che si rispetti vuole restare indietro. Poi ci sono i social network, lo sfogatoio generale dei più intimi impulsi che passano dalle viscere individuali alle bacheche e ai profili sociali senza alcun filtro, nemmeno quello che consiglia se non il rispetto, almeno la prudenza quando ci si riferisce a un Giudice. E che, anzi, incoraggiano e legittimano a parlare di cose che non si conoscono, impartendo impudicamente lezioni a chi padroneggia la materia per mestiere.

E c’è poi l’elefante nella stanza: la stampa, gli organi di informazione che aizzano le folle e i loro umori diffondendo notizie falsate, come quella lanciata dalla cronaca torinese della Stampa. Non era falso, in senso stretto, parlare di violenza sessuale perché, come sappiamo (ora lo sa anche il Tribunale del Popolo), la norma penale include in un’unica ipotesi di reato ogni comportamento che violi la libertà sessuale. Ma scrivere “violentata”, anziché “molestata”, per esempio, rimanda all’idea comune dello stupro, come è puntualmente successo, e, quindi, a una cosa diversa da quella che è avvenuta. Che però fa meno rumore, sicuramente. Solo chi aveva gli strumenti per farlo - i penalisti, per esempio - ha capito subito che si trattava di una notizia data male per sollevare il clamore popolare intorno a un caso del tutto ordinario di cui ancora non si comprende cosa gli abbia meritato gli onori della cronaca cittadina, non essendo nemmeno uno di quei fiori del male che non sbocciano solo nella capitale, di cui cantava Faber.

Perché quello che la gente comune e il Tribunale del Popolo non sanno, per fortuna, è che le regole del diritto sono normalmente applicate nei tribunali della legge, e che i casi in cui un indagato per molestie sessuali, come per violenze vere e proprie, come per altri reati anche gravi, vada al processo senza passare dalla prigione come nel gioco del Monopoli, sono moltissimi, forse migliaia tra tutte le Procure d’Italia. Come è giusto che sia: lo dice la Costituzione più bella del mondo.