di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 8 ottobre 2026
Trentasette morti senza una causa. Tanti sono i detenuti deceduti nelle carceri italiane tra il primo gennaio e il 31 agosto 2026 per i quali, al momento della rilevazione, nessuno è ancora in grado di dire con certezza di cosa siano morti. Uno in più dei 36 registrati nello stesso periodo del 2025, ed è il valore più alto dell’intera serie storica 2021-2026. Per misurarne il peso basta guardare indietro: nei primi otto mesi del 2021 i decessi per cause da accertare erano 6, nel 2022 e nel 2023 erano 18, nel 2024 di nuovo 6. In due anni la cifra si è moltiplicata per sei. Il dato arriva dal nuovo report dell’Osservatorio penitenziario del Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale, curato da Irma Conti, membro del Collegio, e da Giovanni Suriano, responsabile dell’ambito penale.
I numeri sono quelli ufficiali, estratti dagli applicativi del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria che il Dap concede in consultazione al Garante. Cosa finisce in quella casella? I casi in cui la causa della morte non è stata ancora stabilita, perché servono accertamenti medico-legali approfonditi, perché si aspettano i risultati dell’autopsia, oppure perché sull’evento indaga l’autorità giudiziaria. Quando gli accertamenti si chiudono, il decesso viene ricollocato in una delle altre categorie: morte naturale, incidente, suicidio, omicidio. Ed è qui che il numero diventa delicato.
Il report lo scrive chiaro: i 37 decessi da accertare “potrebbero determinare una successiva revisione della classificazione delle morti in detenzione”. Il bilancio definitivo dei primi otto mesi dell’anno, quindi, non è ancora scritto.
Quello provvisorio dice 184 morti, contro i 167 dello stesso periodo del 2025. Rapportata alla popolazione detenuta, l’incidenza sale dallo 0,27 allo 0,29 per cento. Le cause naturali passano da 76 a 88, gli incidenti da 2 a 8. Compaiono 2 omicidi, uno a Catanzaro e uno a Viterbo, quando nei primi otto mesi dell’anno scorso non se ne era contato nessuno. I suicidi scendono di poco, da 53 a 49. È l’unica voce in calo.
Gli stessi autori non ne fanno una buona notizia. La diminuzione, osservano, “non trova un’immediata spiegazione in un miglioramento delle condizioni detentive, che non risultano essere migliorate neppure sotto il profilo degli spazi disponibili”. Le ipotesi sono diverse, dall’efficacia della prevenzione alla variabilità statistica di fenomeni numericamente contenuti, ma i dati non consentono di attribuire il cambiamento a un intervento preciso. Il tutto mentre le celle si riempiono. La presenza media di persone detenute è cresciuta del 20 per cento rispetto al 2021 e quest’anno tocca quota 64.489, contro le 62.504 del 2025.
Al 31 agosto i presenti erano 65.661. Un mese dopo il numero è salito ancora: al 30 settembre, secondo l’ultimo prospetto del Dap pubblicato dal ministero della Giustizia, i detenuti sono 66.063 a fronte di 51.319 posti regolamentari, con un tasso di affollamento del 128,7 per cento. Ed è un calcolo fatto sulla capienza sulla carta, che come avverte lo stesso Dap non tiene conto delle situazioni transitorie che la riducono.
Chi sono i 37? La tabella riepilogativa li elenca uno per uno: 35 uomini e 2 donne, 21 italiani e 16 stranieri, morti in 27 istituti diversi. Sassari ne conta 3, mentre Augusta, Cagliari, Cremona, Lecce, Prato, Teramo, Torino e Trapani ne registrano 2 a testa. Il più giovane aveva 20 anni ed è morto nel carcere di Pavia il 26 agosto. Il più anziano ne aveva 78 ed era tra i ricoverati della sezione S.A.I. del carcere di Torino. Colpisce la concentrazione d’estate, con 13 decessi registrati tra il primo luglio e il 31 agosto, due dei quali nello stesso giorno, il 30 agosto, a Ferrara e nel femminile di Rebibbia. Per il Garante l’aumento, “seppur contenuto in termini assoluti, richiede un attento approfondimento al fine di comprenderne le cause e valutare l’eventuale adozione di misure correttive”. In una nota il report mette in fila anche i rischi di una classificazione affrettata: un’opinione pubblica che riceve dati non accurati, strategie di prevenzione concentrate su un solo aspetto, problemi sanitari e carenze assistenziali che rischiano di passare inosservati.
Morire a un passo dal fine pena - Le cause naturali restano la prima voce, quasi un decesso su due. Sono 88, e 10 di questi sono avvenuti fuori dalle mura, persone ancora in carico agli istituti ma sottoposte a misure alternative. L’età media dei morti è di 55 anni, ma nell’elenco compaiono anche giovani adulti di 23, 25, 27, 30 e 33 anni, età in cui una morte per cause naturali dovrebbe essere un’eccezione. Il dato che fa riflettere di più riguarda il tempo che restava da scontare: 47 persone su 88 avevano una pena residua pari o inferiore a tre anni, e per 9 di loro il fine pena era fissato proprio nel 2026, in qualche caso a pochi mesi dal decesso. Altre 15 erano in attesa di primo giudizio, quindi presunte innocenti, e sono morte prima di qualsiasi condanna. Il carcere che conta più morti naturali è Napoli Poggioreale, con 8 casi.
Poi ci sono i 49 suicidi. Quarantasei uomini e tre donne, età media intorno ai 38 anni. Sedici di loro aspettavano ancora il primo processo, ventidue avevano una condanna definitiva e, tra questi, dieci avrebbero finito di scontarla entro il 2028. In 41 casi su 49 la persona era già stata coinvolta in altri eventi critici di auto-danno, come atti di autolesionismo o scioperi della fame, e 21 avevano già tentato di togliersi la vita. Cinque erano sottoposti a grande sorveglianza nel momento in cui si sono uccisi. In 46 casi il mezzo è stato l’impiccamento, quasi sempre con corde rudimentali, lacci o lenzuola, e 43 gesti sono avvenuti in sezioni a custodia chiusa. Sette persone si sono tolte la vita in una sezione di isolamento, due nelle sezioni di prima accoglienza. Dodici persone non avevano una casa al momento dell’ingresso in carcere, e undici di loro erano straniere. Rapportati alle presenze, i numeri cambiano prospettiva. Tra gli stranieri l’incidenza è di 1,08 suicidi ogni mille detenuti, il doppio degli italiani, fermi a 0,53. Tra le donne sale a 1,05, contro lo 0,74 degli uomini.
Le morti si distribuiscono su 87 dei 189 istituti, quasi metà del sistema. La Sicilia è la regione con più decessi, 23, seguita da Lazio, Lombardia e Puglia con 22 ciascuna, dalla Campania con 18 e dalla Sardegna con 16. Il carcere più colpito è Lecce: 10 decessi in otto mesi, di cui 5 suicidi, 2 per cause da accertare e 3 per cause naturali. Al 30 settembre, secondo il prospetto del ministero della Giustizia, la casa circondariale salentina ospitava 1.450 persone a fronte di una capienza regolamentare di 798 posti, con un tasso di affollamento del 181,7 per cento.
Nei 35 istituti dove si è verificato almeno un suicidio l’indice medio arriva al 153,28 per cento, con punte del 245,95 a Lucca, del 230,17 a Milano San Vittore e del 207,69 a Brescia Canton Mombello. Il Garante non trae conclusioni affrettate e precisa che una connessione causale diretta non è individuabile e andrebbe verificata sulla situazione concreta al momento di ogni singolo suicidio. Resta il fatto che in quelle carceri, in media, per ogni cento posti ci sono 153 detenuti.
Il resto del quadro arriva dagli eventi critici. I tentati suicidi salgono da 1.311 a 1.430. Gli atti di autolesionismo calano appena, da 8.629 a 8.473, e 785 si concentrano a San Vittore. Le aggressioni fisiche agli agenti di polizia penitenziaria passano da 1.591 a 1.795, gli invii urgenti in ospedale da 9.939 a 10.803. Per il Garante questi andamenti, insieme alla crescita delle violazioni delle norme penali, suggeriscono “un deterioramento del clima interno agli istituti”. E sullo sfondo restano quei 37 casi ancora aperti: finché autopsie e indagini non saranno chiuse, anche il calo dei suicidi resta un numero tutto da confermare.









