di Karima Moual
La Stampa, 14 ottobre 2022
Ancora una volta il velo portato da alcune donne musulmane. Ancora una volta la Corte di giustizia Europea che si trova ad esprimersi a riguardo sull’ennesima contesa tra una lavoratrice velata e un’impresa privata che cerca di far valere il proprio regolamento interno su come presentarsi al lavoro. La cornice questa volta è il Belgio, paese con una numerosa popolazione di fede islamica, che rispetto ad altre si porta dietro usi e costumi conservatori e ben visibili, come appunto il hijab.
È proprio qui infatti che nel 2018, una donna musulmana si è vista rifiutare il lavoro in un’azienda, perché durante il colloquio ha espresso la sua opposizione a togliersi il velo in ambiente di lavoro per conformarsi alla politica di neutralità dell’impresa. Un’esclusione che evidentemente non le è andata giù, considerata discriminatoria e dunque avanti con la causa. Oggi però arriva la sentenza della corte di Giustizia europea che chiarisce ancora una volta, come la regola interna di un’impresa che vieta di indossare in modo visibile segni religiosi, filosofici o spirituali non costituisce una discriminazione diretta se applicata in maniera generale e indiscriminata. Vietare a una donna di fede islamica di indossare il velo sul luogo di lavoro non è discriminazione. A patto che il divieto sia generalizzato e non rivolto a una singola religione. Immagino quindi anche ad una persona di fede ebraica con la Kippah. O il turbante per i Sikh. Questa sentenza non è certo la prima che rimarca la difesa di quelli che sono gli spazi di neutralità, libertà e rispetto del credo. L’ultimo caso ha riguardato solo l’anno scorso due donne musulmane in Germania, sospese rispettivamente da un asilo nido e da una catena di negozi, perché si rifiutavano di togliersi il velo in ambiente di lavoro. Tralasciamo l’aspetto folkloristico, modaiolo, di accessorio utile per influencer, l’ultima evoluzione riuscita a politicizzarlo, svestirlo della sua storia pesante e scomoda pur di farlo resistere ed esistere anche tra le più giovani in nome di una identità metafisica. Chi conosce da vicino quanto sia complesso il dibattito sul velo, e la battaglia su quello che è ormai diventato un vessillo sul quale si consuma una più seria e violenta battaglia sul corpo delle donne, la loro libertà e i loro spazi di azione (e quanto sta accadendo in Iran è lì a ricordarcelo) deve segnalare che anche grazie a queste sentenze la cornice Europea, laica e democratica, può essere il laboratorio giusto per fare chiarezza. Lo spazio delle libertà non significa non poter delineare i limiti che possano garantire pluralismo o rompere tabù che nei paesi musulmani sono inavvicinabili. In Europa vi è libertà religiosa e difesa dei suoi simboli, ma è anche il luogo dove - per quanto riguarda la questione islamica- si potrebbero aprire fronti importanti sui diritti, ed uno su tutti quello sulle donne, considerato che nel Vecchio Continente vi è una presenza di 25 milioni di musulmani.
Molte donne in Europa indossano il velo, ragazze di seconda generazione ed europee convertite all’Islam. E lo difendono con i denti in nome della libera scelta: devono ricordare che possono permetterselo perché si trovano in un contesto dove la parola “libertà”, come “ individuo”, ha una sua sacralità. Non a caso dal Belgio alla Germania, donne con il velo si rivolgono alla giustizia in difesa del loro velo, anche in ambienti dove ha la precedenza il concetto di neutralità. E si arriva a fare chiarezza. Ben altra cosa è quello che avviene in molti paesi musulmani come l’Iran, l’Arabia Saudita, l’Afghanistan, e via sfumando, dove la famosa “scelta del velo” è più un coltello puntato sul fianco. Per quanta amorevolezza volessimo immaginarlo. Leggero come seta o soffice come il cotone, la radice del hijab è quella del dogma, l’obbligo per essere buona musulmana. Lo si insegna sin da bambine e sarebbe da ipocriti non ricordare come sia soprattutto il simbolo dell’oppressione e della segregazione. Creiamo lo spazio per le tantissime donne, giovani e bambine, che non vogliono portare il velo, ma che si trovano obbligate ad indossarlo con la violenza psicologica e l’indottrinamento. Sarebbe bello se partecipasse anche chi difende la libertà di portare il velo. Una libertà che è giustamente difesa dallo stesso pluralismo che contraddistingue l’Europa.










