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di Antonello Cosentino*

Il Manifesto, 23 luglio 2025

La riforma non riguarda la giustizia come servizio ai cittadini ma i rapporti tra la magistratura e gli altri poteri dello Stato. Per coglierne la portata bisogna guardare la Storia. Il vero bersaglio della riforma della magistratura approvata ieri dal Senato è il Csm: per formalizzare la separazione delle carriere, che di fatto c’è già, non sarebbe necessario modificare la Costituzione. Con la riforma il Csm verrà sdoppiato, e ciascuno dei due Consigli avrà minor peso istituzionale, verrà privato della potestà disciplinare, verrà composto da magistrati sorteggiati e non più eletti. Quest’ultimo punto è cruciale: spezzare il nesso di rappresentatività tra la magistratura e il proprio governo autonomo significa sottrarre a quest’ultimo il contributo derivante dalla dialettica di idee, visioni e valori che si sviluppano all’interno della magistratura e privarlo del portato della riflessione collettiva che emerge dal pluralismo degli orientamenti associativi dei magistrati.

La riforma non riguarda la giustizia come servizio ai cittadini ma i rapporti tra la magistratura e gli altri poteri dello Stato. Per coglierne la portata è necessario tenere presente la storia della Repubblica. Fino al 1948 la magistratura era totalmente immersa nell’ambiente giuridico e culturale dello Stato liberale, prima, e totalitario, poi. I magistrati provenivano dalla ristretta élite che dirigeva il paese, di cui condividevano interamente valori e prospettive. Nell’Italia repubblicana, proprio per effetto dei mutamenti generati dalla Carta costituzionale, la magistratura cambia: vi accedono le donne e vi accedono fasce sociali che fino ad allora ne erano rimaste escluse. La magistratura, dopo il ventennio fascista, riscopre l’associazionismo, non come strumento di tutela di interessi sindacali, bensì come sede di costruzione della propria identità culturale, che viene centrata sulla Costituzione repubblicana. È dal dibattito culturale che si sviluppa dentro l’Anm che discende la capacità della magistratura di farsi agente attivo, attraverso il ricorso alla Corte costituzionale e l’interpretazione conforme alla Costituzione, della “costituzionalizzazione” dell’ordinamento giuridico nazionale, innervando il principio di uguaglianza nelle pieghe della società italiana.

All’inizio degli anni 80 dello scorso secolo i rapporti tra la magistratura, specialmente inquirente, e la politica entrano in una fase di tensione che si protrae fino ad oggi. Le inchieste che si susseguono, con esiti alterni, a carico dei “colletti bianchi” se, da un lato, danno corpo ai principi costituzionali di eguaglianza e di obbligatorietà dell’azione penale, arrivando talvolta a lambire centri di potere di grandissima forza (per tutte, le inchieste sui banchieri Sindona e Calvi), dall’altro espongono i pubblici ministeri ad accuse di protagonismo e di politicizzazione (ovvio il riferimento a Mani pulite, o alle inchieste sui legami tra mafia e politica).

Nelle tensioni che, a partire dalla fine della Prima Repubblica, segnano la crescente difficoltà della politica nell’interpretare e governare la società italiana, la magistratura finisce con l’essere gravata da funzioni di supplenza della politica (si ricordano, tra i tanti possibili esempi, il caso Englaro e la vicenda dell’Ilva di Taranto) e la magistratura inquirente, in particolare, finisce con l’essere percepita, tutte le volte che la sua azione vada a toccare interessi politici o economici significativi, come un player politico che gioca partite in proprio, o di sponda con altri player.

Nella concretezza storica della vicenda italiana, in sostanza, la magistratura ha assunto un ruolo di controllo particolarmente penetrante rispetto al potere politico ed economico, portando la propria azione in ambiti nei quali il sindacato di legalità impatta su assetti e temi politici. Tale sviluppo storico è stato possibile in quanto un ceto professionale variegato nella sua composizione sociale e nei suoi orientamenti culturali ha potuto operare in condizioni da assoluta indipendenza non soltanto esterna ma anche interna (quella dei singoli magistrati dai loro dirigenti). Lo scudo di questa indipendenza è stato il Csm, la cui forza deriva dal fatto di essere un organo rappresentativo (perché a composizione elettiva) dell’intera magistratura, giudicante e requirente.

Depotenziare il Csm realizza le premesse il ritorno della magistratura verso il modello pre-costituzionale di ceto funzionariale, coordinato e sintonico con i titolari del potere politico. Nel delicato meccanismo di pesi e contrappesi che regola i rapporti tra poteri di governo e poteri di garanzia, la magistratura italiana è così destinata a perdere la connotazione antimaggioritaria - naturale riflesso della incomprimibilità dei diritti fondamentali - che l’ha caratterizzata nell’ultimo mezzo secolo. Non è un problema dei magistrati, è un problema dei cittadini.

*Consigliere di Cassazione e membro del Csm