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di Pasquale Quaranta

La Stampa, 24 marzo 2023

Susanna Marietti, coordinatrice dell’associazione Antigone: “È una questione lunga e annosa, quella della maternità e dei bambini in carcere. Ma la questione è mal posta” spiega Susanna Marietti di Antigone. Per la coordinatrice dell’associazione “per i diritti e le garanzie nel sistema penale”, il problema è a monte, e consiste nella “incapacità del governo e dello Stato di tutelare le persone più povere e vulnerabili”.

Per capirlo, bisogna tornare al 2001. “La prima legge a tutela delle madri e dei figli minori fu votata nel 2001. Entrò simbolicamente in vigore l’8 marzo, tutti la conoscono come legge Finocchiaro, perché fu voluta proprio dalla senatrice dem. Già allora si stabilì che le donne incinte o madri di bambini piccolissimi non dovessero portare con sé i piccoli in carcere, qualora responsabili di reato che prevedesse una pena detentiva”.

Cosa prevedeva in concreto quella legge?

“La legge offriva al magistrato di sorveglianza e al magistrato di merito degli strumenti diversi rispetto alle misure alternative al carcere per far sì che una donna con un figlio piccolo potesse continuare a tenere un rapporto con il nascituro. Se il piccolo aveva meno di tre anni, ad esempio, la madre non lo portava con sé in carcere, ma poteva stare fuori con lui”.

Stiamo parlando sempre di donne non socialmente pericolose?

“Sì, nei casi di persone non socialmente pericolose, nei casi in cui non ci fosse allarme sociale, il magistrato poteva disporre gli arresti domiciliari e il differimento della pena, a seconda dell’età del bambino. Una misura rilevante che introduceva la legge Finocchiaro era la detenzione domiciliare speciale, speciale perché valeva solo per le madri detenute”.

Cosa prevedeva la detenzione domiciliare speciale?

“Consentiva alla donna con figli al di sotto dei 10 anni di età di scontare la pena a casa per stargli vicino. Il magistrato poteva disporre questa misura nel caso in cui ritenesse ragionevole che la donna non tornasse a delinquere e potesse dimostrare di ripristinare la convivenza con i figli”.

Perché la detenzione speciale non ha funzionato?

“Perché questi due paletti - la recidiva e il ripristino della convivenza con i figli - hanno spaventato i magistrati. Chi avrebbe mai potuto essere certo che una donna in difficoltà non avrebbe più commesso reati in futuro? Anche i campi rom, dove alcune di queste donne vivevano, non erano considerati domicili adeguati dai magistrati”.

Quali soluzioni si sono trovate dopo?

“Dieci anni dopo, c’è stata la legge Buemi, che prende il nome dal primo firmatario Enrico Buemi. Questa legge predisponeva delle strutture in cui le donne potevano andare nel caso in cui non avessero un domicilio adeguato. Sono sono le cosiddette “case famiglia protette”, strutture dedicate esclusivamente a donne con figli fino a 6 anni, e fino a 10 se la pena è definitiva”.

Perché anche le case famiglia protette hanno fallito?

“La legge di 11 anni fa non aveva previsto alcun onere per lo Stato e quindi non copriva economicamente la spesa. Diceva, in buona sostanza, che avrebbero dovuto pensarci gli enti locali, che com’è noto hanno poche risorse. Dal 2011 a oggi di queste case famiglia ne esistono due, una a Milano e una Roma, per un totale di una quindicina di posti per i bambini, 30 se consideriamo le madri. Sono numeri molto bassi”.

Cosa è successo concretamente oggi?

“La legge che doveva passare oggi proviene dalla scorsa legislatura. Era una legge voluta da Paolo Siani del Pd (approvata dalla Camera nel maggio 2022 e poi rimasta bloccata al Senato, ndr), che intendeva mettere una copertura di bilancio alle cosiddette case famiglia per fare in modo che lo Stato le costruisse. Quella normativa prevedeva la possibilità per la mamma condannata, con figli di età fino a 10 anni, di scontare la pena a domicilio”.

Una proposta di legge portata oggi avanti da Debora Serracchiani, che però è stata ritirata.

“Il testo è stato bloccato l’8 marzo da una serie di emendamenti avanzati da Fratelli d’Italia, e oggi è stato ritirato da Serracchiani. Non si è trovato un accordo perché il pensiero della maggioranza è che le donne recidive non debbano avere diritto al beneficio di scontare la propria pena in detenzione domiciliare nelle strutture gestite da enti del terzo settore, pagate dallo Stato”.

Insomma, la donna recidiva - secondo questo governo - non se lo merita…

“Il problema è che se uno conosce veramente la composizione socio-giuridica delle nostre carceri sa bene cos’è la recidiva. Non è una cosa che grava sui delitti più efferati ma è una caratteristica tipica della piccola e piccolissima criminalità, di piccoli reati da strada legati alla povertà, alla tossicodipendenza. Se per loro la recidiva è un paletto, allora non hanno capito la situazione. Queste donne hanno bisogno di essere prese in carico dai servizi sociali, non hanno bisogno del pugno di ferro, hanno bisogno di un altro tipo trattamento”.

Per Salvini il ritiro della legge del Pd “ferma il vergognoso sfruttamento della gravidanza da parte di borseggiatrici e delinquenti”…

“Questa affermazione è umiliante per una donna. Vogliamo lasciare intendere che una donna si fa mettere incinta per non continuare a rubare in strada? Donne che delinquono continueranno ad esserci, anche se sono madri. E continueranno ad esistere figli che soffriranno per il comportamento delle madri. Queste persone delinquono perché non hanno alcuna struttura di welfare su cui contare. La recidiva è un segno quasi sempre di marginalità e non si combatte con uno Stato dal pugno duro. Se cominciassimo a ragionare su una seria politica della casa, del lavoro, di politiche sanitarie adeguate, di integrazione della popolazione rom, invece che a pensare di risolvere tutto il carcere, sono certa che ci saranno sempre meno donne incinte che delinquono”.