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di Antonio Maria Mira

Avvenire, 22 dicembre 2024

L’incontro di mons. Gianrico Ruzza con le persone detenute nel centro di Ponte Galeria. Da alcuni mesi sono stati attivati dei protocolli con la Caritas diocesana e quella di Roma e con Sant’Egidio, per forme di assistenza che vanno dalle pratiche legali a momenti di formazione e animazione. Il nostro scopo è rendere umano un luogo che di umano ha poco ma deve diventarlo, anche perché i tempi di detenzione si sono allungati fino a 18 mesi, e questo è insopportabile, mentre prima la legge stabiliva al massimo 90 giorni”.

Così don Gianrico Ruzza, vescovo di Porto-Santa Rufina e di Civitavecchia-Tarquinia, spiega il suo incontro natalizio con gli immigrati detenuti nel Cpr di Ponte Galeria. Da alcuni mesi sono stati attivati dei protocolli con la Caritas diocesana e quella di Roma e con la Comunità di Sant’Egidio, per forme di assistenza che vanno dalle pratiche legali a momenti di formazione e animazione. “Non è un luogo fantasma, per questo ce ne dobbiamo occupare”.

È la terza volta che il vescovo, competente per territorio e delegato dei vescovi laziali per la pastorale sociale e del lavoro, entra nel Cpr. “Ho trovato una situazione diversa. C’è sempre tanta sofferenza, tanto dolore, ho visto volti molto tristi, però ho trovato un clima un po’ più collaborativo da parte delle istituzioni. C’è uno sforzo da parte del direttore e della polizia, una maggiore tolleranza nei confronti degli esterni che vanno a visitare le persone”. Inoltre, aggiunge don Gianrico, “come ci ha spiegato il direttore Enzo Lattuca, è stato attivato dall’Asl Roma3 un servizio psichiatrico con la presenza nel centro 3 giorni a settimana per 5 ore. Speriamo aiuti a sostenere sofferenza e depressione di queste persone. Per coprire quel buco umano che porta alla disperazione”.

Il riferimento è ai recenti casi di suicidio. Venerdì mattina don Gianrico, accompagnato da alcuni sacerdoti e collaboratori, ha incontrato prima gli agenti di polizia, guidati dal commissario capo Anna Sbardella, e gli operatori della cooperativa Ors che gestisce il Cpr che attualmente ospita 54 immigrati.

“Noi - ha spiegato - vogliamo essere vicini anche a voi perché so che il vostro lavoro è molto delicato e complesso. Il lavoro va sempre tutelato, comprendendo anche le difficoltà”. Poi l’incontro con 15 detenuti, 11 uomini e 4 donne (il Cpr è l’unico con presenze femminili), tutti sotto 30 anni, in gran parte subsahariani, ma anche albanesi e una donna cinese e una peruviana. d’augurio che vi faccio è che, pur nella fatica e nel dolore, Dio vi vuole bene e non siete soli. Il mio pensiero è spessissimo a questo luogo perché so che è faticoso starci, so che soffrite, che vivete la solitudine”.

Il Natale, ha poi aggiunto, “è una festa in cui possiamo capire che Dio si interessa dell’uomo, ci vuole bene, e che siamo tutti figli e fratelli. Ed è una festa in cui si capisce che Dio non ci ha voluto lasciare nella sofferenza, ha voluto prendere lui le nostre sofferenze”. Il vescovo ha letto la preghiera di Papa Francesco (“Un nostro amico”) per questo Natale e invitato a recitare il Padre nostro. Alcuni lo hanno recitato con lui, altri hanno aperto le mani, molti commossi. La benedizione del vescovo ha concluso il momento di preghiera, ma, a sorpresa, uno degli immigrati detenuti ha intonato in italiano “Tu scendi dalle stelle”, seguito dagli altri.

Don Gianrico ha consegnato dolci e doni natalizi e ascoltato le parole degli immigrati. “Hanno raccontato le loro storie, vengono da situazioni tragiche. Hanno la tristezza sul volto perché sono in una condizione che non si spiegano. Anche per questo hanno voluto farsi la foto con me, come per sentire un abbraccio umano. Credo che lo abbiano molto gradito”. Un incontro che ha un valore anche perla comunità diocesana. “È importante - riflette il vescovo - che all’esterno si prenda consapevolezza della sofferenza di queste persone che non dobbiamo abbandonare.

L’ho detto a loro che non sono soli, che Dio vuole bene a tutti. Il loro dolore non rimane isolato, ma deve essere condiviso da tutti noi della comunità cristiana. Io in particolare come vescovo mi sento di prenderlo in prima persona sulle spalle per cercare di alleviarlo”. Il problema, insiste, “è cercare di rendere questa vita un po’ più sopportabile in una situazione di limbo nella quale non sono prigionieri ma non possono uscire, non possono incontrare nessuno se non gli avvocati. È importante che sappiano che non sono abbandonati e dimenticati ma persone umane che stanno soffrendo e quindi dobbiamo farcene carico”.