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di Paolo Lambruschi

Avvenire, 17 novembre 2022

In un libro l’esperienza di due volontari e giornalisti, da Regina Coeli ad Opera. Volevano prendere per mano il lettore e portarlo in carcere per mostrare il lato nascosto, quello dell’umanità. E restituire un senso al dettato costituzionale, troppo spesso disatteso nelle prigioni italiane, che prevede finalità di rieducazione e reinserimento e non un parcheggio punitivo che spesso provoca recidive.

Scrivendo “Come è in cielo così sia in terra” (Edizioni Paoline) i giornalisti Agnese Pellegrini e Stefano Natoli, volontari in carcere rispettivamente a Roma, a Regina Coeli, e a Milano, al carcere di Opera, ci sono riusciti. Hanno raccontato ogni aspetto di un mondo nascosto con una intervista a tutto campo a padre Vittorio Trani, il cappellano che tutti i giorni varca le porte del penitenziario romano per eccellenza. Da mezzo secolo Padre Vittorio, francescano conventuale di 79 anni, ha accettato di entrare nella prigione romana.

È riuscito a portarci anche gli ultimi tre papi. Nonostante il Vaticano non sia distante, prima di Giovanni Paolo II nessun pontefice lo aveva mai visitato. Natoli e Pellegrini fanno raccontare a padre Trani come è cambiata la società italiana dietro le sbarre, dagli Anni di piombo a quelli della tossicodipendenza passando per Mani pulite fino a oggi, con le carceri che hanno sempre più reclusi (termine che padre Vittorio preferisce usare) nati oltre i confini italiani perché spesso non hanno residenze dove scontare i domiciliari.

Nella prefazione il segretario di Stato cardinale Pietro Parolin scrive che le storie egli aneddoti raccontati dal religioso “spalancano a tutti le celle di Regina Coeli facendo vedere la realtà”. Fatta di sovraffollamento (il tasso medio in Italia è del 107,4%), di emarginazione, di cessi collocati accanto al piano cottura in cella, di povertà, di affettività negata, di rapporti interrotti tra padri e figli, di un numero crescente di suicidi.

Il 2022 sarà secondo l’associazione Antigone il peggiore dal 2009. Quell’anno furono 72. I detenuti, però, erano 7.000 in più. Padre Vittorio, da 30 anni cappellano anche della Lazio dove fu chiamato dall’allora tecnico Dino Zoff, non indulge al buonismo che non confonde con la Misericordia. La pena va scontata dai colpevoli e il suo atteggiamento nei colloqui quotidiani con i detenuti è aperto, ma fermo. Ma all’opinione pubblica forcaiola che chiede più carceri e regimi duri senza conoscere la realtà, ricorda che in Italia si sta troppo in cella.

Che la pena si può scontare anche altrove e occorre puntare sulla giustizia ripartiva, come proposto dalla riforma dell’ex ministro Cartabia. L’importante è non confondere la non certezza della pena con la durezza della detenzione, che spesso conduce alla recidiva. Il nostro è uno dei Paesi che vanta il tasso più alto, il 62%. Condannare il peccato non il peccatore, ripete instancabile padre Vittorio che al detto ha sempre ispirato la sua missione che lo ha portato a supportare concretamente e moralmente migliaia di “ristretti” alternando successi e insuccessi. Senza tanti giri di parole, la realtà è che il carcere in Italia non aiuta la maggior parte dei detenuti. Troppi pochi i percorsi scolastici e professionalizzanti e scarse le opportunità di lavoro.

Nella postfazione don Antonio Rizzolo, direttore dell’Apostolato dei paolini, sostiene proprio che la lunga intervista fa comprendere al lettore che il muro di separazione con il carcere non è più così alto. Il volume verrà presentato stasera dagli autori con Arnoldo Mosca Mondadori e padre Trani nel carcere milanese di Opera.