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di Francesca Baraghini

tg24.sky.it, 17 settembre 2026

La rivoluzione silenziosa che trasforma il gaming in riscatto umano dentro i penitenziari: Abruzzo Esports. Gioco, sport, formazione e psicologia entrano negli istituti penitenziari italiani per costruire un ponte verso il futuro. Gabriele Moretti, co-fondatore del progetto insieme a Pierpaolo D’Ambrosio: “Non chiamiamo i detenuti ‘gli ultimi’. Per noi sono rinascenti”. Un videogioco può diventare molto più di un passatempo. Può insegnare a perdere senza arrendersi, a rispettare le regole, a controllare la rabbia, a fidarsi di una squadra, a creare legami. E, in un ambiente come il carcere, può addirittura diventare uno strumento per prepararsi a tornare nella società.

Questa è la sfida degli ideatori di un progetto innovativo che porta il mondo del gaming e dello sport all’interno degli istituti penitenziari e degli IPM, gli Istituti Penali per i Minorenni, italiani. “Ma stiamo lavorando anche per uscire dal paese - racconta Gabriele Moretti - Siamo in contatto con gli Stati Uniti, la California”.

Nel 2024 le carceri italiane ospitavano oltre 62 mila persone. Dietro i numeri, un bisogno semplice e profondo: ricostruire comunità, ritrovare connessione, uscire dalla routine totalizzante dell’istituzione. È in questo spazio che si inserisce Esports per Tutti, progetto sperimentale avviato nel carcere di Castrogno, a Teramo, da Abruzzo Esports, con il sostegno di una fondazione locale e della direzione dell’istituto. Un percorso che mette insieme competenze digitali, attività sportiva, formazione, supporto psicologico e ricerca scientifica, con un obiettivo preciso: trasformare il tempo della detenzione in un’occasione concreta di crescita e di rinascita. L’idea nasce nel 2020, durante i mesi più complicati della pandemia Covid19.

Gabriele e il suo amico d’infanzia Pierpaolo D’Ambrosio, stanno facendo una lunga passeggiata quando arriva un’intuizione ambiziosa: utilizzare un linguaggio familiare cioè quello del videogioco e degli e-Sports, per costruire un percorso educativo capace di parlare anche a chi molto spesso conosce solo esclusione e pregiudizio. “Abbiamo hackerato i percorsi tradizionali - racconta Gabriele Moretti - Stavamo camminando e ci è venuta questa idea: una sfida del tutto nuova, particolare e stimolante”.

La domanda dalla quale tutto è iniziato è stata: come può uno strumento quotidiano come il videogioco diventare un mezzo di riscatto? “Formazione, digitale e sport: è un modello inclusivo e accessibile a tutti - spiega lui - L’obiettivo non è sostituire i percorsi educativi tradizionali, ma ampliarli perchè succede che si limitino allo studio o a mestieri classici come imparare a fare il pizzaiolo, per offrire strade nuove e competenze spendibili nel mondo di oggi. Il mondo sta cambiando”. Il riscontro è arrivato rapidamente, il programma ha coinvolto 16 detenuti per sei mesi, alternando tre componenti: formazione motivazionale, attività sportive reali e tornei digitali.

Al centro ci sono le cosiddette soft skills: rispetto delle regole, capacità di lavorare in gruppo, gestione delle relazioni e, soprattutto, controllo delle emozioni davanti alla sconfitta. “Durante il percorso proponiamo sedute di self-talk e lavoriamo sugli aspetti motivazionali - prosegue Gabriele - Nelle prime fasi capita che qualcuno si arrabbi ed esca di getto per andare a fumare. È un ambiente complesso, ma le reazioni si possono trasformare se l’ambiente diventa stimolante”. La struttura delle sessioni è pensata proprio per questo: una parte formativa, didattica ed educativa, seguita dalla pratica e dall’attività video-ludica. Anche l’auto-arbitraggio diventa rieducazione emotiva, con il supporto degli psicologi, Stefano Carinci ed Enza Dimilta. “Fino a oggi, non si è mai verificato un singolo incidente”, ci tiene a sottolineare Gabriele. Pur vivendo in un ambiente saturo di norme, i detenuti percepiscono le regole del gioco come una liberazione perchè sono volontarie, reciproche e trasparenti.

La partita diventa un laboratorio di umanità dove si impara a rispettare l’avversario, ad accettare una decisione, a gestire la frustrazione, a collaborare con i propri compagni. Competenze che possono rivelarsi preziose anche una volta oltrepassate le mura del carcere, che è un mondo a parte. “Quando entro lì dentro - dice Gabriele - è sempre come la prima volta, mi sento sotto esame, ma la sensazione di umanità che si riceve è indescrivibile”. In contesti segnati dal sovraffollamento - è il caso del carcere di Teramo - e dalla distanza dal mondo esterno, il desiderio di essere ascoltati può diventare un’urgenza seria; un bisogno primario. Gabriele ricorda un episodio in particolare: un ragazzo che, prima dell’inizio delle lezioni, preparava il caffè con la moka nella propria cella per portarlo agli operatori.

“Fuori si sente spesso dire che bisogna buttare la chiave - prosegue - ma c’è tanta ignoranza. Qui dentro ci sono ragazzi finiti nei guai per piccoli reati o spaccio che spesso non sono mai stati ascoltati da nessuno”. L’obiettivo, però, non è creare un rapporto basato sulla semplice vicinanza personale. “Noi non dobbiamo fare gli amici, ma mostrargli come funziona il mondo fuori”. Il passaggio dalla detenzione alla vita quotidiana non è semplice. “Uscire dopo anni e sapersi rapportare con la società è l’unico modo per non creare due mondi distinti, ma avvicinarli”.

Da qui anche la scelta di cambiare il modo di definire chi partecipa al progetto: “per noi sono rinascenti”, dice. E ci sono già storie che sembrano dare concretezza a questa visione. Forse, la misura più autentica dell’impatto del progetto si traduce nei fogli compilati in forma anonima, dai partecipanti. Sono pensieri che spiegano come un’attività, all’inizio percepita come svago, possa trasformarsi in un’occasione di riflessione. Tra loro, c’è chi racconta di essere recluso da otto mesi e di avere attraversato “giornate molto stressanti”.

Poi la sorpresa: “Ignoravo quello che ti può dare di buono un gioco virtuale”. Il collegamento con la vita quotidiana è immediato: “Rispetto nell’ascoltare senza interrompere, rispetto per chi ti dedica del tempo, fair play in campo e fuori dal campo”. Un altro partecipante racconta invece di avere riscoperto il controllo delle emozioni e la capacità di “tirare fuori sempre cose positive dalle situazioni negative”. “Il corso - scrive - permette anche di evadere con il pensiero.

Non stare a pensare in continuazione di essere privati della libertà”. C’è poi chi ammette di avere inizialmente pensato a un semplice modo per passare il tempo, salvo ricredersi una volta cominciato il percorso. Anche la dimensione tecnica acquista un significato più grande: “Vedo che stiamo comprendendo più la tecnica, la resistenza e l’autocontrollo. Io credo che tutto questo sia buono per il miglioramento di tutti noi”.

Tutte le riflessioni si concludono con un “grazie”. Il progetto si fonda sulla ricerca scientifica con il grande contributo di Nico Bortoletto, ricercatore e professore aggregato presso l’Università di Teramo, incardinato dove professa Sociologia delle Organizzazioni sportive e Sociologia dello Sport, presso la Facoltà di Scienze Politiche. “Vogliamo cambiare le cose basandoci sui dati”, spiega Gabriele che, nelle scorse settimane si trovava in Polonia all’European Sociological Association. “Ci sono studi su Abruzzo E-Sports e l’interesse sta arrivando anche da altre regioni italiane”. Tra i prossimi sogni, c’è l’accesso ai programmi Erasmus, con la possibilità di creare occasioni di scambio e crescita tanto per gli accademici quanto per i detenuti. E poi il lavoro.

Perché la formazione acquista il suo significato più concreto quando riesce ad aprire una porta verso l’autonomia. “L’ambizione è costruire collaborazioni con le realtà sportive del territorio, fino a immaginare un coinvolgimento di società professionistiche - confida Gabriele - Sia chiaro - aggiunge - il gioco non è una scorciatoia e non pretende di risolvere da sola la complessità del sistema penitenziario. È un ponte”. Una piccola porta aperta sul mondo fuori. E allora “rinascenti” non è soltanto un modo diverso per chiamare chi si trova in carcere, ma una direzione da seguire per Gabriele Moretti e Pierpaolo D’Ambrosio: offrire a chi ha sbagliato la possibilità di non essere definito per sempre dal proprio errore. E rimettersi in gioco. Questa volta, veramente.