di Franco Insardà
Il Dubbio, 15 agosto 2026
Se i dati sono questi, la domanda è inevitabile: che senso ha continuare a restringere gli spazi di libertà, ricorrere a misure preventive per le manifestazioni, ampliare le zone rosse e moltiplicare gli strumenti securitari se proprio il ministero dell’Interno certifica che l’Italia è oggi più sicura? Il punto di partenza è il dossier sulla sicurezza del Viminale, che il ministro Matteo Piantedosi presenta con una scelta precisa: “raccontare la sicurezza in Italia partendo dai numeri”. E i numeri raccontano una realtà difficilmente compatibile con una rappresentazione permanente dell’emergenza. Nel primo semestre del 2026 i delitti complessivi sono passati da 1.186.268 a 1.068.240, con una diminuzione del 10 per cento rispetto allo stesso periodo del 2025.
Un calo generalizzato, che riguarda praticamente tutte le principali categorie di reato. Gli omicidi volontari sono scesi da 163 a 138 (-15,3 per cento); i furti da 493.975 a 437.800 (-11,4 per cento); le rapine da 14.275 a 12.515 (-12,3 per cento); le violenze sessuali da 3.384 a 3.142 (-7,1 per cento); truffe e frodi informatiche da 152.012 a 137.529 (-9,5 per cento). Ancora più marcata la diminuzione degli omicidi con vittime donne e dei femminicidi: da 54 nel primo semestre 2025 a 34 nello stesso periodo del 2026, con una riduzione del 37 per cento. Nel 2026 sono state 26 le vittime di omicidio volontario e 8 quelle di femminicidio, reato introdotto il 17 dicembre 2025. Sono numeri che lo stesso ministro utilizza per rivendicare l’efficacia delle politiche del governo. “I dati confermano un calo generalizzato dei reati”, scrive Piantedosi, sottolineando che diminuiscono “tutti i delitti a maggior allarme sociale”.
Ma proprio questa fotografia pone una questione politica: se la criminalità arretra in maniera così generalizzata, perché la risposta dovrebbe essere ancora quella di comprimere ulteriormente le libertà? Il dossier rivendica il potenziamento delle attività investigative e dei sequestri di beni alla criminalità organizzata, oltre alle azioni di prevenzione e contrasto del terrorismo e della radicalizzazione. È un lavoro che deve essere fatto e che va riconosciuto alle Forze di polizia. Ma proprio perché il ministro parla di risultati concreti e di un’Italia che “si conferma come uno dei luoghi più sicuri al mondo”, la discussione dovrebbe spostarsi dalla quantità delle misure alla loro effettiva necessità.
La questione diventa ancora più evidente quando si parla di manifestazioni. Piantedosi sostiene che le Forze di polizia garantiscono “con equilibrio e professionalità, il diritto di manifestare”, denunciando al tempo stesso le aggressioni dei “violenti e professionisti del disordine”. La distinzione dovrebbe essere netta: chi aggredisce, devasta o commette reati deve essere perseguito. Ma il diritto di manifestare pacificamente non può essere sottoposto a una logica di sospetto generalizzato. La prevenzione non può trasformarsi nella punizione anticipata di chi non ha commesso alcun reato.
E a proposito di immigrazione il dossier sottolinea il “crollo” degli sbarchi di migranti irregolari e il raddoppio dei rimpatri, indicandoli come una delle dimostrazioni dell’efficacia delle politiche del governo Meloni. Ma anche in questo caso occorre separare due questioni che troppo spesso vengono sovrapposte: immigrazione irregolare e criminalità.Il controllo delle frontiere, la lotta ai trafficanti, gli ingressi regolari, l’identificazione e i rimpatri sono questioni di governo dei flussi migratori. La criminalità è un’altra cosa. E i numeri complessivi del dossier non mostrano un Paese nel quale l’immigrazione stia producendo una crescita generalizzata dei reati. Mostrano, al contrario, un arretramento della criminalità nel suo complesso. Questo non significa negare che esistano reati commessi da stranieri o problemi connessi all’immigrazione irregolare. Significa contestare l’equazione automatica fra immigrato e pericolo.
Se i delitti complessivi diminuiscono del 10 per cento, gli omicidi del 15,3, i furti dell’11,4, le rapine del 12,3 e le violenze sessuali del 7,1 per cento, i dati non possono essere utilizzati per sostenere l’esistenza di un generico “pericolo immigrati”. Anzi, è lo stesso quadro del Viminale a raccontare un’Italia nella quale gli indicatori fondamentali della criminalità sono in discesa. Piantedosi rivendica anche il rafforzamento degli organici: parla del “più imponente piano di assunzioni delle Forze di polizia mai realizzato negli ultimi anni”, con l’obiettivo non solo di coprire il turnover ma di lasciare “più operatori di quanti ne abbiamo trovati, più giovani e più motivati”. Il punto, allora, non è mettere sicurezza e libertà una contro l’altra.
È capire quando una limitazione della libertà sia realmente indispensabile per garantire sicurezza. Piantedosi scrive, nella presentazione del dossier, che “la sicurezza è la precondizione di ogni libertà personale”. È una frase che contiene una verità fondamentale. Ma proprio per questo dovrebbe valere anche il principio inverso: una libertà non può essere compressa senza una necessità concreta, proporzionata e dimostrabile. I numeri del primo semestre 2026 impongono dunque una riflessione.
Se il governo sostiene che le proprie politiche funzionano, se i reati diminuiscono, se gli sbarchi irregolari crollano, se i rimpatri raddoppiano, se il controllo del territorio viene rafforzato e se l’Italia viene descritta dallo stesso ministro come “uno dei luoghi più sicuri al mondo”, allora forse è arrivato il momento di chiedersi se servano ancora tutte le restrizioni introdotte in nome dell’emergenza. La vera forza dello Stato non è controllare tutto e tutti: è garantire sicurezza senza sacrificare ciò che quella sicurezza dovrebbe proteggere.










