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di Luigi Mastrodonato


Il Domani, 31 ottobre 2020

 

Il Covid-19 è entrato nelle carceri italiane, di nuovo. A fine ottobre si contano 215 casi di positività tra i detenuti e 232 tra il personale penitenziario, ma i numeri crescono esponenzialmente di giorno in giorno. Una situazione che riporta alla scorsa primavera, quando i casi di contagio rilevati erano stati 287, un dato sottostimato a causa delle difficoltà a effettuare tamponi. il virus causò quattro decessi tra i detenuti, due tra la polizia penitenziaria e due tra i medici degli istituti.

Oggi la situazione è nuovamente critica. In alcuni istituti penitenziari si sono sviluppati focolai: San Vittore conta 71 contagi, Terni 68, ma in generale sono 41 le carceri italiane che fanno registrare casi di positività.

La testimonianza - "Nel mio reparto ci sono diversi positivi, sono stati allontanati e messi in isolamento. È stato scelto di tenere chiuso in reparto anche chi non è positivo, in attesa di nuovi tamponi, con la sola concessione di dieci minuti al giorno di chiamata dal telefono di istituto", racconta un detenuto che preferisce restare anonimo.

La situazione è la medesima sia per i detenuti comuni che per quelli, come lui, in regime di articolo 21, che hanno già iniziato un percorso di reinserimento sociale e territoriale lavorando, studiando e riprendendo contatti diretti con le famiglie. "Questa situazione rischia di trasformarsi in un dramma per tutti noi, da un punto di vista sanitario, affettivo e lavorativo", continua. "Nel mio reparto siamo tutte persone semi-libere, normalmente trascorriamo gran parte del nostro tempo fuori dal carcere. Ora però ci costringono a stare dentro nonostante la situazione critica".

In molti hanno un indirizzo di domicilio riconosciuto e controllato dall'istituto, dove potrebbero mettersi in quarantena e continuare a mantenere quei contatti con l'esterno necessari per il loro percorso di reinserimento sociale, che è ora messo in discussione.

Nei giorni scorsi un suo compagno ha ricevuto l'esito del tampone mentre si trovava in permesso lavorativo fuori dal carcere. Debolmente positivo, eppure non gli è stato concesso di proseguire gli accertamenti all'esterno ed è dovuto rientrare a fare l'isolamento nell'istituto, che ha di fatto autorizzato l'ingresso a una persona potenzialmente contagiosa. La quarantena in un penitenziario è molto diversa da quella del mondo di fuori, senza film, videochiamate e balconi.

Ma anche senza wi-fi, computer e cellulari con cui fare smart working e studiare online, per i detenuti normalmente impegnati in queste attività. Intanto in molti istituti hanno eliminato l'ora d'aria per ostacolare la trasmissione del virus, mentre sempre più persone rinunciano ai permessi esterni perché l'isolamento obbligatorio al rientro non permetterebbe loro di svolgere le poche attività rimaste. Da qualche settimana si è tornati a vivere in uno stato di apatia forzata nelle carceri italiane. Per Francesca, la compagna del detenuto, si stanno ripresentando gli spettri della primavera, quando la sospensione dei permessi esterni e l'annullamento dei colloqui con i parenti avevano creato un muro nella loro comunicazione.

"Dal nulla la persona sparisce. Restano giusto i dieci minuti quotidiani di telefonata, in cui però non hai modo di confrontarti sulle cose della vita", spiega. "Il mio timore è che questa situazione non durerà solo per il tempo dell'isolamento del suo reparto, ma proseguirà fino a gennaio. Mi sto preparando al peggio".

Nonostante la situazione complessiva sia delicata, le carceri italiane oggi sono comunque più preparate di fronte all'emergenza sanitaria. Si fanno più tamponi, gli istituti si stanno dotando di aree apposite dove trasferire i detenuti positivi, mentre anche sulla disponibilità di dispositivi di protezione e sulle modalità di comunicazione coni parenti via digitale si sono fatti progressi. Sovraffollamento

Le problematiche comunque rimangono e sono connesse al tema del sovraffollamento. I detenuti in Italia sono quasi 55mila, a fronte di circa 50mila posti ufficiali, che si riducono considerando le sezioni penitenziarie in stato di manutenzione. In alcune carceri, come a Latina, le presenze arrivano a quasi il 200 per cento della capienza. in queste condizioni, garantire il distanziamento sociale e bloccare la propagazione del virus diventa impossibile.

In primavera il decreto Cura Italia aveva concesso a circa 3mila detenuti a fine pena il trasferimento ai domiciliari La popolazione carceraria era diminuita, ma negli ultimi mesi è tornata a crescere. "Oggi serve invertire questa tendenza, concedendo a tutte quelle persone che normalmente escono con regolarità, come chi lavora all'esterno, licenze straordinarie che consentano loro di scontare la pena in detenzione domiciliare.

Per queste persone non si pongono particolari problemi di sicurezza pubblica e tenerli fuori consente di ridurre i rischi di contagio", sottolinea Claudio Paterniti, ricercatore di Antigone. "Bisogna liberare spazi per contenere eventuali focolai come quelli che stanno facendo la loro comparsa in questi giorni. Anche la pena a domicilio è pena".

In Italia 6.833 persone detenute devono scontare un residuo pena inferiore a un anno, ad altre 6.850, persone rimangono tra uno e due anni. I semiliberi sono invece circa un migliaio, mentre su 2.381 persone in articolo 21, il 28,6 per cento lavora fuori dal carcere e il 33,9 per cento è in semilibertà. Sono insomma migliaia i soggetti che, per quella che è la loro situazione, potrebbero lasciare le carceri e alleggerire la pressione su di essi in un momento di emergenza sanitaria.

Nel Dl Ristoro il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede ha inserito disposizioni che replicano quelle primaverili, con diverse restrizioni. Un passo avanti che rischia però di essere insufficiente a livello numerico e che richiederà un po' di tempo per la messa in pratica.

Tra i detenuti italiani, così, monta la preoccupazione. "In carcere il disagio psichico è la norma, il carcere è di per sé patogeno. Ci sono istituiti in cui 1'80-90 per cento della popolazione detenuta fa uso di psicofarmaci. Non si dispone di sé stessi e questo in una situazione come quella attuale amplifica esponenzialmente il malessere", conclude Paterniti.

"Oggi la situazione è più sotto controllo rispetto alla prima ondata. Ci sono sezioni per l'isolamento sanitario per i nuovi giunti e si conosce meglio la malattia. Ma resta il fatto che il carcere è un luogo in cui una malattia infettiva galoppa. Qualcosa si sta facendo, ma è sicuramente troppo poco. Serve fare di più, anche per non stressare ulteriormente strutture sanitarie già sotto sforzo".