di Marcello Pesarini, da Ancona
Ristretti Orizzonti, 27 maggio 2022
Fra i principi dell’azione del volontariato, nelle carceri e nel sociale tutto, c’è quello di “indossare le scarpe del nuovo capo del DAP” (Papa Francesco) e di far indossare a lui le nostre, in una simbiosi dura, quotidiana, che produce risultati e l’attimo seguente vede i nostri risultati vanificati. Con questa frase in copertina si presenta il numero 1 dell’anno 24 di Ristretti Orizzonti.
Perché ogni piccola conquista debba essere messa a dura prova continuamente, e anche la migliore pratica venga apparentemente contraddetta subito dopo? Non mi limiterei a parlare della nostra imperfezione umana. Come ribadito dalla CNVG, con la portavoce e presidente Ornella Favero negli scorsi mesi, la scarsa considerazione del volontariato in occasione dell’Istituzione di Commissioni sui temi delle pene e del carcere indica un comportamento colpevolmente trascurato da parte delle istituzioni.
Il Volontariato non è un corpo unico, è composto di donne e uomini di varie età e provenienze, che non rinunciano alla loro occupazione principale, che gli permette di vivere, ma dedicano le energie libere all’assistenza ai detenuti, costruendo le condizioni migliori per coadiuvare il personale carcerario.
Il nostro mettersi a disposizione della magistratura, delle camere penali, del DAP, del corpo degli agenti penitenziari, di tutte le strutture pedagogiche e sanitarie, è prezioso perché umile ma molto ragionato, attraverso riunioni periodiche di revisione. Il volontariato è inserito in un sistema tutt’ora punitivo, di impostazione retributiva della pena, un sistema patriarcale, e comunque le differenze fra esperienza ed esperienza derivano dalle situazioni, dalle pratiche confrontabili ed estendibili ad altri istituti.
Il lavoro in carcere si scontra in Italia con una situazione di sovrappopolazione del 114%, che è diventata gravissima sotto la pandemia. Le professionalità impiegate nelle carceri sono, come peso specifico, principalmente costituite dagli agenti di polizia penitenziaria che corrispondono all’89,36% del personale presente negli istituti di pena italiani (gli educatori sono solo il 2,17%) ed il rapporto fra detenuti ed agenti è di 1,67, vale a dire poco più di un detenuto e mezzo per poliziotto.
Ad ovviare a questa situazione leggiamo come positivi alcuni risultati della Commissione Ruotolo, nominata dalla ministra Cartabia. che ha terminato i suoi lavori a dicembre 2021. Ma se andiamo a confrontare le proposte, legate all’essenza della sofferenza del detenuto, l’installazione dei totem in ogni istituto per tutte le richieste dei detenuti così da cancellare quell’obbrobrio medievale che è la domandina cartacea alla quale lo stesso raramente riceve risposta, la possibilità per lo straniero di accedere dalla detenzione alle procedure per il rinnovo del permesso di soggiorno e per chiedere la protezione internazionale, pratica che oggi in non pochi istituti è vietata così aprendo la porta a espulsioni ingiustificate, la giusta attenzione alla sofferenza psichica, possiamo paragonare con senso di impotenza che le stesse proposte erano state presentate al termine di progetti svolti in carcere da associazioni di volontariato.
Io sono testimone del lavoro Punto d’incontro dell’Osservatorio permanente sulle carceri delle Marche, nel 2003. In queste occasioni la Giustizia, e il Sistema Carcere, appaiono in tutte le loro contraddizioni ma soprattutto nell’impostazione errata da parte di popolazione e forze politiche che li rende ancora più difficili da trattare. La necessità del cambio di mentalità viaggia assieme alla necessità dell’approvazione di riforme come il DDL Mirabelli, sulla promozione del settore pedagogico. Mi sento di osservare come questi cortocircuiti, queste difficoltà di venire a capo delle varie problematiche, segnino negativamente sia i volontari, gli operatori e maggiormente i detenuti, che difficilmente riescono a trarre incoraggiamento dai risultati del loro lavoro.
A questo proposito è utile accennare in questa sede al Concorso di letteratura e fotografia Storie da Musei, Archivi, Biblioteche, che si svolge nelle biblioteche carcerarie delle Marche dal 2013, con ottimi risultati di coinvolgimento dei detenuti come bibliotecari e come partecipanti, al pari di iniziative annuali come Nati per leggere.
Dopo alcuni anni nei quali i detenuti partecipanti e vincitori sono stati premiati nei limiti della possibilità di raggiungerli, gli organizzatori hanno dato l’occasione ai detenuti stessi, durante la pandemia, di diventare Giuria di secondo livello degli elaborati, per la difficoltà stessa di svolgere attività intramurarie. La loro risposta è stata positiva, e in base al loro lavoro sono già due le edizioni del concorso la cui classifica viene stilata da questi particolari giurati, nella speranza di ritrovarli concorrenti. Gli organizzatori, i volontari, il DAP hanno menzionato questa pratica virtuosa nel progetto “La parola ai giurati”, che ha vinto il secondo posto al Concorso per bibliotecari “Maria Abenante”, nel 2021. Resta la speranza, ultima Dea, di poterne parlare con tutti assieme, per sedimentare qualcosa.










