di Massimo Franco
Corriere della Sera, 8 ottobre 2024
La votazione sulla Consulta mette alla prova maggioranza e opposizione, esponendole al rischio spaccatura. È la tempistica a sollevare più di un sospetto. Colpisce il tentativo di eleggere un giudice della Corte costituzionale a pochi giorni dalla decisione della Consulta sulla riforma delle Regioni voluta dalla Lega: un giudizio di legittimità che potrebbe affossare il testo appoggiato faticosamente dalla maggioranza; oppure aprire la strada al referendum. Il ricorso di quattro Regioni guidate dal centrosinistra plana su una Corte che finora non è riuscita a completare i suoi ranghi per l’assenza di un accordo tra i partiti. È vero che si tratta di una opzione quasi obbligata, di fronte alle scadenze in arrivo. Ma investe una maggioranza e opposizioni che temono entrambe per la loro tenuta parlamentare.
L’irritazione di Giorgia Meloni per la fuga di notizie, peraltro prevedibile, sulla candidatura di un giurista vicinissimo a Palazzo Chigi, è rivelatrice. Il timore, ora, è che Francesco Saverio Marini, l’uomo che ha scritto il testo del premierato, venga bocciato o “bruciato” dai franchi tiratori. C’è chi ritiene che la coalizione governativa reggerà con i suoi 360 voti. E riuscirà a raggiungere, magari con un aiuto insperato, quota 363. Ma nessuno fa previsioni. Per questo si avverte una punta di nervosismo dentro FdI, il partito di Meloni. Se le opposizioni dovessero alla fine optare per uscire dall’aula compattamente, le votazioni potrebbero fare emergere le tensioni interne alla destra; e il voto sulla Corte, l’ennesimo dopo i sette già andati a vuoto, diventare il pretesto per sfogare i malumori contro la premier.
Le tensioni tra Lega e FI sulla tassazione degli extra-profitti delle banche e lo scontro con FI sullo ius scholae sono sintomi persistenti. E le previsioni al ribasso di Bankitalia sull’economia preoccupano. Il tema non riguarda solo il candidato ma il metodo. Non è stato concordato con l’opposizione e si è deciso di comunicarlo ai gruppi parlamentari in anticipo. Ma è stata un’imprudenza: era inevitabile che sarebbe circolato. Pericoli simmetrici, tuttavia, corrono Pd, M5S, Avs, Iv e Azione.
Le opposizioni hanno già dimostrato le divergenze quando si è votato per il consiglio di amministrazione della Rai. La defezione di Giuseppe Conte, che non si è astenuto come il resto delle minoranze, ha consentito al governo di eleggere i vertici. La domanda è se oggi scatterà lo stesso schema. E se avrà successo o confermerà il caos tra gli avversari di Palazzo Chigi. I segnali sono ambivalenti, anche se sembra che prevalga l’idea di non partecipare al voto, in risposta a quella che viene considerata una forzatura. Ma l’ipotesi non convince tutti. Carlo Calenda, leader di Azione, si mostra perplesso. “Ci sentiremo con le altre opposizioni e cercheremo di prendere una posizione comune”. Ma sono manovre che finiscono per incidere sulla funzionalità della Consulta.











