di Tommaso Ciriaco
La Repubblica, 21 luglio 2021
Il premier ha sentito la ministra Cartabia dopo la presentazione degli emendamenti. Il governo concederà solo ritocchi al testo. Sospetti sull'asse Pd-Cinquestelle. C'è una data che Mario Draghi intende far rispettare sulla riforma della giustizia, costi quel che costi: il 23 luglio. Per allora chiede un accordo sulle modifiche, mentre esige un via libera della Camera entro le ferie estive. L'altro obiettivo considerato imprescindibile è che l'intesa politica si fondi su circoscritti aggiustamenti tecnici e spazzi via la montagna di emendamenti, oltre novecento, che i Cinquestelle hanno presentato. In assenza di una marcia indietro, metterà la fiducia. E ognuno si assumerà le proprie responsabilità.
Non è semplice credere, come sostiene in queste ore il Pd intestandosi una mediazione in salita, che il diluvio di proposte emendative rappresenti solo tattica negoziale 5S. Viene il sospetto che si tratti di un tentativo di tirare per le lunghe l'iter. Magari per aprire una vera e propria corrida parlamentare, a semestre bianco appena avviato. Non sembrano soltanto cattivi pensieri. Una tregua con il Movimento, sottile, è stata messa in piedi ed è stata rispettata anche ieri. A fatica e coinvolgendo Draghi e Marta Cartabia, che si sentono quotidianamente. Il mandato del premier è sempre lo stesso: pochi aggiustamenti tecnici. La Guardasigilli aspetta di capire il punto di sintesi delle diverse anime grilline. Ed è qui che iniziano i problemi.
In quei novecento emendamenti c'è di tutto, tanto da apparire una provocazione. Davanti al premier, però, Giuseppe Conte si è impegnato ad avanzare solo idee digeribili, nello stretto perimetro richiesto. Magari usando toni utili a gasare qualche pasdaran, ma sostanzialmente pronto a siglare un accordo. Per poi convincere i suoi a ritirare gli emendamenti, falchi permettendo. E invece, i passi avanti sono pochi. Anche dal Pd, d'altra parte, i vertici dell'esecutivo si aspettavano di più. Le parole di Enrico Letta sulla giustizia avevano lasciato intravedere una mediazione vicina, quasi in tasca. E anche ad Andrea Orlando, che ora veste i panni dell'ambasciatore con i 5S, i vertici dell'esecutivo non possono che ribadire un concetto: i margini restano stretti. Ma su quali basi si tratta?
Un possibile punto di caduta è quello di allargare la lista dei reati per cui non vale il limite di due anni in Appello per la prescrizione. L'altra, avanzata dal Pd, prevede di affidare al magistrato la decisione di fissare a due o tre anni il tetto. L'altra ancora è quella di far entrare in vigore la riforma dopo dodici mesi, per dare tempo alla macchina di rafforzarsi con nuove assunzioni. Porta sbarrata, invece, alla proposta Cinquestelle di allargare indistintamente a tre anni in Appello la prescrizione per tutti i reati. Certo è che le dure critiche alla riforma avanzate ieri da procuratori come Nicola Gratteri e Federico Cafiero De Raho non hanno facilitato il compito del governo. Trapela anzi un certo fastidio perché le nuove regole - fanno notare - varranno solo nei processi per reati commessi a partire dal 2020. Dunque, nessun rischio che ne saltino alcuni importanti già in corso da anni.
Toccherebbe a Conte, a questo punto, tenere fede agli accordi. Dimostrare, come promesso a Draghi, che una nuova era per il Movimento è alle porte, assai meno giustizialista. Un segnale sembra arrivato ieri, in questo senso, perché ha spostato l'attenzione sul reddito di cittadinanza: "Non consentiremo a nessuno - ha detto - di togliere gli ombrelli di protezione ai più deboli".
E però restano i novecento emendamenti. E quella sintonia con Enrico Letta che l'avvocato ostenta spesso, alimentando altri cattivi pensieri. Si è sparsa voce, ad esempio, che Conte - nonostante le smentite secche - sia intenzionato a entrare in Parlamento. Come? Sostenendo al secondo turno Roberto Gualtieri nella corsa al Campidoglio (se Raggi dovesse fallire l'obiettivo del ballottaggio) in modo da liberare il suo seggio di Roma centro alla Camera. In cambio, avrebbe garantito al Pd il sostegno nella battaglia di Siena, su cui Letta ha puntato esplicitamente.
Sospetti o progetti ancora embrionali, chissà. Di certo Draghi non è disponibile ad accettare giochetti, sgambetti, voltafaccia. Finché starà lui a Palazzo Chigi, la riforma si voterà nei tempi previsti. Altrimenti, sembra il non detto, i partiti possono sempre provare a fare da soli.











