di Fiorenza Sarzanini
Corriere della Sera, 2 agosto 2025
Il carcere imprigiona anche la vita affettiva dei reclusi. E la solitudine è pena aggiuntiva che non sembra interessi chi vive oltre le sbarre. Anche se ne “brutalizza” l’esistenza. Lo racconta in prima persona l’ex detenuto Gianluca. Queste sono le lettere che la giornalista Donatella Stasio e Gianluca si sono scambiati prima di scrivere L’amore in gabbia, edito da Castelvecchi. Gianluca è stato arrestato quando aveva 17 anni ed è stato detenuto per 11 anni. La sua è una storia di droga, di violenze. Ma è soprattutto una storia di solitudine. Ora fa l’imprenditore. Questo scambio di lettere fa ben capire perché la sua è una storia che merita di essere letta.
“Caro Gianluca, ho ancora bisogno del tuo aiuto. Ho accettato di scrivere il libro sull’amore in gabbia, il diritto all’affettività e alla sessualità negata in carcere. Vorrei riprendere quel filo, annodarlo con altri per raccontare che cosa significhi, nella vita di un essere umano tenere in gabbia, insieme al corpo, anche la mente e il cuore, chiudere tutto a doppia mandata e buttare la chiave. Dentro, ma anche fuori dal carcere”.
“Cara Donatella, se solo la mia storia fosse utile, in qualche modo, a risvegliare un sentimento da qualche parte a qualcuno, ne sarà valso il gioco. Negli anni, questa storia ha avuto talmente tante versioni tutte buone per proteggermi, che oggi il grande esercizio sta quasi nel ricordare la verità. È quello che sto facendo, ricordare con cura. E non sento nessun limite nel farlo. Anzi, sto colmando un grande vuoto fatto di paura e pregiudizi, silenzi e bugie, che è durato troppi anni”.
“Caro Gianluca, capisco e sento empaticamente quello che mi scrivi ma dovrò incalzarti su tanti aspetti, che magari consideri noiosi, fastidiosi, e soprattutto dolorosi, forse troppo dolorosi. Ti prego di dirmi sempre se e quanto questo modo di procedere ti urta, ti ferisce, quando non ti senti pronto. Questo è il modo migliore di procedere nella giusta direzione”.
“Cara Donatella, una parola che mi viene spesso in mente è brutalità. È strano come già così giovane mi sentissi brutalizzato dagli eventi della mia vita e della loro natura, e come l’incarcerazione fu il colpo di grazia, il fendente che mi decapitò. Oggi alle volte dico: “per fortuna altrimenti sarei morto”. Alla fine, in qualche modo, qualcuno o qualcosa di me, o in me, morì davvero. Ma forse per darmi una possibilità, quella di decidere se rinascere o meno. La vita in carcere è stata una specie di rituale fatto di privazione e abusi e quel dolore così denso che provavo mi diede fuoco. Lo ricordo bene. Tirare fuori questa roba: forse io posso aiutare te, ma tu puoi aiutare me. Magari è la costellazione giusta, il momento giusto per farlo”.











