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di Eleonora Molisani


Tu Style, 18 maggio 2021

 

"Ho scritto questo libro perché non si dimentichi che anche chi ha commesso un errore deve essere tutelato dallo Stato. Ci sono diritti inviolabili che non possono essere dimenticati nemmeno in condizioni di detenzione".

Chi parla è Ilaria Cucchi, sorella di Stefano, che il 15 ottobre del 2009 viene fermato dai carabinieri con 20 grammi di hashish, cocaina e alcune pastiglie per curare l'epilessia. Portato in caserma, per lui viene disposta la custodia cautelare in carcere e sette giorni dopo muore all'ospedale Pertini di Roma.

È l'inizio di una tragica vicenda giudiziaria e umana, che si è appena conclusa con la condanna a 13 anni per omicidio preterintenzionale dei carabinieri responsabili del pestaggio; quattro anni, e due anni e due mesi, ai carabinieri imputati di falso. Ma ha assolto i medici, perché il reato di omicidio colposo è stato prescritto. Un altro processo vede otto carabinieri accusati di falso, calunnia, favoreggiamento.

Ilaria aveva già scritto due libri. Il primo, con Giovanni Bianconi: "Vorrei dirti che non eri solo. Storia di Stefano, mio fratello" (Rizzoli, 2010); il secondo, con Fabio Anselmo: "Il coraggio e l'amore. Giustizia per Stefano: la nostra battaglia per arrivare alla verità" (Rizzoli, 2019). Ora è in libreria con un nuovo volume, scritto con Andrea Franzoso: "Stefano, una lezione di giustizia" (Fabbri).

 

Di cosa tratta questo libro?

"Intreccia la vicenda di Stefano, aggiornata con la ricostruzione del suo calvario fino a oggi, con capitoli in cui Franzoso, ex ufficiale dei carabinieri, che oggi insegna educazione civica nelle scuole, parla dei diritti delle persone arrestate. Dal momento in cui una persona viene "fermata" dalle forze dell'ordine, ci sono una serie di diritti fondamentali che devono essere garantiti a prescindere dai reati commessi. Dal diritto di parlare con un avvocato difensore (privato o assegnato d'ufficio), al diritto al rispetto e alla dignità, alla salute in carcere, alle visite dei parenti, alla possibilità di vedere o parlare con i propri cari. Tutti diritti che a Stefano sono stati negati, per volontà o per negligenza. Si parla anche di tossicodipendenti, e del loro diritto a essere disintossicati nei Sert e nelle Comunità terapeutiche. Con parole semplici, si racconta ai ragazzi perché e come le persone devono essere tutelate anche se hanno sbagliato. Anche perché uno dei principi della Costituzione italiana è che la pena, nel nostro Paese, deve tendere a rieducare chi ha sbagliato, in modo che possa tornare nella società civile e ripartire come una persona migliore. La vicenda Cucchi diventa così una lezione di giustizia, potente e necessaria, perché ciò che è accaduto a lui non capiti mai più".

"In tutti questi anni ho messo da parte la mia vita personale per combattere una battaglia civile che riguarda tutti. I miei genitori erano distrutti e io mi sono sentita di andare avanti. Per Stefano, che ha pagato i suoi errori con la vita. In questi anni sono andata ovunque, ma quello che mi ha dato più energia è stato parlare con i giovani nelle scuole. Ho scritto questo libro per i miei figli, Valerio e Giulia, che ormai sono grandi, e per tutti i ragazzi d'Italia".

 

Alcuni dei diritti di cui parli nel libro a Stefano sono stati negati...

"Sì, secondo le ricostruzioni il pestaggio di Stefano è avvenuto la sera dell'arresto. Stefano non riuscì a parlare con il suo avvocato, non riuscì a vedere nessun congiunto e morì sei giorni dopo. Aveva fratture alle vertebre lombare e coccigea, lesione del capo, lesioni al globo vescicale, non aveva mangiato e bevuto per cinque giorni. Mio fratello, pur avendo fatto degli errori, era una persona fragile, che aveva sofferto, e non gli è stata tesa una mano da nessuno. Lo Stato deve essere il primo custode dei nostri diritti di cittadini, e in quei giorni a Stefano sono stati negati anche quelli umani fondamentali". "Credo nella giustizia e non nella vendetta. Ma noi adulti stiamo consegnando ai giovani una società dove ancora non c'è il totale rispetto dei diritti. Non dobbiamo smettere di batterci, ma non gli uni contro gli altri. Dobbiamo farlo rispettando le istituzioni, chi le rappresenta e chi le difende. Questo è il primo caso in cui l'Arma dei Carabinieri si è costituita parte civile, per ricordare a tutti che ci sono uomini e donne che ogni giorno indossano la divisa con onore e spirito di sacrificio, e chi ha sbagliato è un'eccezione, non la regola. Non può essere la violenza a farci giustizia".

 

Che rapporto avevi con tuo fratello?

"Quando è stato arrestato, Stefano aveva il desiderio di uscire dalle dipendenze, per rendere fieri i suoi genitori e me, che ero la sua più grande alleata ma anche quella che gli "rompeva di più le balle", per il suo bene. Il giorno prima di morire aveva scritto una lettera, che ho pubblicato nel libro, al responsabile di una Comunità terapeutica, chiedendo aiuto. Grazie al mio adorato fratello, anche io ho avuto la forza di riprendere totalmente in mano la mia vita. Ho recuperato il tempo con i miei figli, sono stata accanto ai miei genitori e ho incontrato l'uomo che amo. Un grande regalo che mio fratello mi ha lasciato".