di Massimo Lensi
Il Domani, 27 agosto 2024
Ilaria Salis, in questi giorni, è stata sottoposta ad aspre critiche e sfottò di vario genere per la sua dichiarazione in favore dell’abolizione del carcere. Senza voler prendere le difese dell’eurodeputata Avs, è bene ricordare che le teorie abolizioniste e riduzioniste dell’istituzione carceraria sono antiche e hanno padri nobili: da Max Weber a Michel Foucault, da Nils Christie al giurista Alessandro Baratta, da Luigi Ferrajoli a Thomas Mathiesen - fondamentale il suo “Perché il carcere?”, gruppo Abele, 1996 - l’elenco è lungo.
A prescindere dalle antipatie o dalle simpatie culturali nei confronti dell’abolizionismo e del riduzionismo, o in subordine di Ilaria Salis, è bene ricordare anche che questa teoria generale nega l’afflittività e la repressività nella sanzione penale poiché valuta la necessità di realizzare percorsi migliori e alternativi sia alla rieducazione sia alla retribuzione.
La stessa mediazione penale, per i riduzionisti, ha la capacità di ricomporre la pace sociale senza ricorrere a luoghi di coazione detentiva. Non significa, quindi, aprire le porte del carcere. La base è il diritto penale minimo, e lo sfondo teorico sempre modellato da un profondo senso di giustizia. Del resto, il carcere attuale non restituisce e non reintegra alcuna forma di giustizia. Esso è dunque considerato privo di utilità.
Il concetto su cui si fondano le teorie generali del riduzionismo e dell’abolizionismo è proprio questo: l’utilità della sanzione. L’istituzione penitenziaria, istituzione totale, tutela esclusivamente il potere costituito dello stato di diritto, non il reo, non la vittima del reato, non la società nel suo complesso. Sia nella fase processuale sia in quella di esecuzione di pena. Uno dei fenomeni tipici del punizionismo, per esempio, è l’ipertrofia del diritto penitenziario.
In conclusione, Ilaria Salis avrà forse peccato di ingenuità ideologica (il radicalismo abolizionista di Angela Davis), ma l’abolizionismo carcerario è cosa seria, una sorta di avanguardia, teorica e in alcune situazioni già in sperimentazione, del futuro della penalità. Non è come giocare a Monopoli e prendere la carta “Uscite gratis di prigione”, che poi gratis nella realtà non è mai. Il reo, nel giustizialismo classico, deve sempre inutilmente “pagare”. In quello riduzionista, deve, invece, utilmente “riparare”.










