di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 26 marzo 2026
Mentre la politica agita lo spettro dell’invasione e qualche sindaco vieta i kebab, il Registro delle Imprese racconta un’altra storia. Al 31 dicembre 2024, in Italia ci sono 666.767 imprese gestite da persone nate all’estero. Erano 454.029 nel 2011. In tredici anni sono cresciute del 46,9 per cento. Nello stesso periodo, le imprese degli italiani sono diminuite del 7,9. Il dato viene dal Rapporto Immigrazione e Imprenditoria 2025, realizzato dal Centro Studi e Ricerche Idos in collaborazione con la Cna, la Confederazione Nazionale dell’Artigianato e della Piccola e Media Impresa. Fonte ufficiale: il Registro delle Imprese, quello che registra tutto ciò che esiste davvero nel tessuto produttivo del Paese.
La destra, ma non solo lei, governa agitando la paura. Lo fa usando i casi di cronaca amplificati fino a emergenza nazionale, costruendo un’identità minacciata che chiede difesa. Ma lo strumento più efficace è quello più sottile: la guerra tra poveri. L’operaio del Nord che ha visto chiudere la fabbrica sotto casa viene convinto che il problema sia il marocchino che vende frutta al mercato, il cinese che gestisce il ristorante, il bangladese che apre il negozio di alimentari la domenica. E la bottega dell’immigrato diventa, nell’immaginario costruito a uso elettorale, concorrenza sleale, evasione fiscale, economia sommersa. I numeri smentiscono ogni luogo comune su ogni punto.
Una crescita che resiste a tutto - Quelle 666.767 imprese rappresentano oggi l’11,3 per cento di tutte le attività indipendenti del Paese. Una su undici è guidata da qualcuno nato fuori dall’Italia. Nel solo 2024, il 25,6 per cento delle nuove imprese aperte è stato avviato da persone di origine straniera. Più di una su quattro. E non si tratta di fenomeni passeggeri: il 37 per cento di queste imprese ha alle spalle più di dieci anni di attività continuativa. Sono realtà che hanno resistito alla crisi del 2008, alla pandemia, ai rincari energetici del 2022. Ogni volta che l’economia italiana ha traballato, le imprese condotte da stranieri hanno continuato a crescere. Il rapporto le definisce “anticicliche”, e non è un termine scelto a caso. Per capire cosa sta cambiando bisogna guardare la forma che queste imprese stanno prendendo. Le ditte individuali rappresentano il 72,4 per cento delle imprese condotte da persone nate all’estero, e si confermano il segmento in cui il ricambio garantito dai migranti è stato più rilevante. Ma qualcosa si sta muovendo in profondità. Le società di capitali sono cresciute del 223,2 per cento tra il 2011 e il 2024. Alla fine dell’anno scorso coprivano il 21,1 per cento del totale delle imprese immigrate, contro il 9,6 del 2011. Si contano anche 1.962 start-up innovative in cui figura almeno una persona di origine straniera nella compagine societaria: il 16,2 per cento del totale nazionale.
La distribuzione per settori racconta la stessa trasformazione. Commercio e costruzioni restano i comparti principali, con il 29,8 e il 25 per cento rispettivamente. Ma la crescita più intensa si è registrata altrove. Le attività di alloggio e ristorazione sono aumentate del 93,6 per cento dal 2011. I servizi di noleggio, agenzie di viaggio e servizi alle imprese del 108,3. La categoria “altri servizi”, che include ambiti professionali e specialistici, del 152 per cento. Nella sola fase post-pandemica crescono i servizi finanziari del 25,4, le attività professionali e scientifiche del 18,8, i servizi immobiliari del 32,6. Il commercio ha segnato invece una flessione del 6,6 per cento: il segno che anche gli imprenditori stranieri reagiscono alle stesse dinamiche di mercato che colpiscono tutti. Non è più solo il muratore romeno o il venditore ambulante marocchino. L’imprenditoria immigrata occupa oggi spazi economici che richiedono competenze specializzate e relazioni di lungo periodo.
Cambia anche la geografia delle origini. Marocco, con 56.404 titolari di ditte individuali, Romania con 53.432, Cina con 50.043 e Albania con 42.076 guidano ancora la classifica. Ma nell’arco di tredici anni i pakistani sono più che triplicati, con un incremento del 206,3 per cento, e i bangladesi più che raddoppiati con il 117,2. Hanno superato per numero i colleghi da Senegal, Tunisia ed Egitto. Le specializzazioni etniche persistono: albanesi e romeni dominano nell’edilizia, marocchini e bangladesi nel commercio. Ma si indeboliscono anno dopo anno, segno che i comportamenti imprenditoriali si stanno adattando al mercato più che all’appartenenza di comunità.
Fornitori strategici nell’industria - Le donne imprenditrici nate all’estero sono 164.509, il 24,7 per cento del totale delle imprese immigrate. Dal 2011 sono cresciute del 56,2 per cento, un ritmo superiore a quello complessivo. Rappresentano il 12,6 per cento dell’intera imprenditoria femminile italiana. Operano soprattutto nel terziario, crescono negli “altri servizi” del 27,2 per cento rispetto al 2020, e si distinguono per un ricorso alle società di capitali superiore alla media: il 24,1 per cento contro il 21,1 del totale.
C’è poi un dato che il rapporto porta alla luce attraverso un’analisi condotta sul database di Intesa Sanpaolo, costruita su un campione di oltre 136mila imprese native manifatturiere con fatturato di almeno 100mila euro. Tra il 2019 e il 2022, il 18 per cento di quelle aziende ha acquistato beni o servizi da imprese immigrate, per un valore complessivo superiore a 3 miliardi di euro. Sul fronte dei servizi emerge qualcosa di inatteso: i fornitori immigrati tendono a offrire prestazioni più avanzate rispetto agli autoctoni, non più basiche. Segno di competenze professionali elevate, non di un’economia di mero ripiego. E il 12 per cento di questi fornitori intrattiene rapporti stabili con l’impresa committente da almeno cinque anni. Fornitori integrati nelle catene produttive italiane, non soggetti periferici tollerati.
Il rapporto non è solo un catalogo di progressi. Segnala anche le fragilità che persistono. Gli imprenditori immigrati restano spesso concentrati nei settori meno remunerativi, con difficoltà di accesso al credito, reti professionali fragili e ostacoli burocratici che pesano sui percorsi d’impresa. Il 27 per cento degli autonomi immigrati impiega personale dipendente, contro il 33,9 dei nativi. Il rischio è che la canalizzazione in ruoli subalterni già visibile nel lavoro alle dipendenze si riproduca anche nell’imprenditoria, con forme di autoimpiego di necessità che somigliano più a una trappola che a una scelta consapevole.
Tutto questo non compare nei telegiornali quando si parla di immigrazione. Non viene citato quando si annuncia l’ennesimo decreto sui flussi o il nuovo accordo con qualche Paese nordafricano per bloccare le partenze. Eppure è lì, verificabile, nel Registro delle Imprese. L’immigrato che apre un’azienda paga le tasse, assume dipendenti, acquista forniture da altri, rifornisce le industrie locali. E lo fa in un Paese in cui il lavoro autonomo ha già una tradizione radicata: l’Italia conta il 20,1 per cento di occupati indipendenti, contro una media europea del 13,6. Chi fa campagna elettorale sulla paura raramente spiega che un quarto delle nuove imprese aperte in Italia nel 2024 è guidato da qualcuno nato all’estero, o che le società di capitali immigrate sono triplicate in tredici anni. La guerra tra poveri, del resto, funziona meglio senza quei numeri in mezzo.










