di Gian Antonio Stella
Corriere della Sera, 6 novembre 2024
Nel novembre di 80 anni fa nel penitenziario di Ushuaia, in fondo all’estremità meridionale dell’Argentina, un gruppo di detenuti pazzi di rabbia massacrò a calci e pugni, con le guardie girate dall’altra parte, Gaetano Godino, reo d’aver ammazzato un gattino che i carcerati avevano adottato. Era in galera da trent’anni ed era famoso, col nomignolo di Petiso Orejudo (nano con le orecchie a sventola) come il più orrendo criminale della Pampa. Ancora oggi il suo nome è sinonimo, perfino in qualche dizionario argentino, di depravazione, ferocia, assenza di ogni rimorso. Era il nono figlio d’una coppia di calabresi finiti a Buenos Aires nella speranza di far fortuna.
Speranza tradita da una esistenza di emarginazione, miseria, alcolismo ai margini di uno dei quartieri peggiori della capitale argentina che allora aveva 821 mila abitanti, contro il mezzo milione di Roma, e guardava agli immigrati italiani, a dispetto dei trombettieri che descrivono oggi la nostra emigrazione “sempre bene accolta”, come un problema. Basti citare il criminologo Miguel A. Lancelotti, che parlava nel 1912 di 10 mila piccoli vagabondi, moltissimi italiani, “che vivono nell’ozio, senza morale, senza religione, senza pudore. Che succhiarono probabilmente poco latte e molte lacrime. Che si alimentarono con poco pane e molti vizi”.
Come appunto Gaetano, che sul cranio portava 27 cicatrici lasciate dal padre: “Beveva sempre. E quando beveva picchiava”. Aveva 15 anni, quando l’accusarono, oltre che dell’incendio di sette edifici, d’aver ucciso quattro bambini piccoli e aver tentato di ucciderne altri sei “per veder che effetto faceva”. Diagnosi: era totalmente incapace d’intendere e volere. Ma il suo caso, spiega Eugenia Scarzanella in “Italiani malagente” (Franco Angeli, 1999) fu cavalcato dai razzisti locali (nonostante Manuel Belgrano, figlio d’un ligure, fosse tra i padri dell’indipendenza e della bandiera Argentina) contro la nostra minoranza: “La scienza ci insegna che insieme col carattere intraprendente, intelligente, libero, inventivo e artistico”, scrisse il professor Cornelio M. Gacitúa, “negli italiani c’è il residuo della alta criminalità di sangue”. C’è chi dirà: perché ricordare queste brutte cose? Forse perché Donald Trump, solo giorni fa, a proposito degli immigrati di oggi negli States moltissimi dei quali secondo lui “assassini”, ha precisato: “Credo sia nei loro geni”. Lombroso è vivo e lotta insieme a lui.










