di Damiano Aliprandi
Il Garantista, 17 febbraio 2015
il soccorritore prepara il defibrillatore ma il ragazzo è già in rigor mortis, "perché dire che respirava ancora?". Era morto a causa di un malore all'interno del Centro di Identificazione ed espulsione di Bari, ma è giallo sul decesso.
Tante sono le domande e finora nessuna risposta. Domande poste anche da un operatore del Cie di Bari, il quale ha deciso di riferire i suoi dubbi sul decesso del 25enne egiziano, stroncato il 7 febbraio - secondo le fonti ufficiali - da un arresto cardiorespiratorio irreversibile, al giornale on line "quotidiano italiano" di Bari. I fatti sono questi.
Dopo la segnalazione dall'interno del Cie, al quartiere San Paolo, la centrale operativa del 118 manda per primi sul posto un'ambulanza Victor (con i soli autista e soccorritore a bordo). È un codice rosso. Giunti nella struttura, qualcuno del personale in servizio al Cie avrebbe affermato che l'ospite respirava ancora fino a un minuto prima dell'arrivo dei soccorritori. L'operatore del 118 prepara il defibrillatore e inizia il massaggio cardiaco constatando, però, che l'egiziano è ormai in rigor mortis. È rigido e presenta già alcuni lividi sulla pelle. In altre parole significa che sarebbe morto almeno da un'ora. "Perché dire che respirava ancora fino a poco prima?", si domanda l'operatore che ha scelto l'anonimato.
Un paio di minuti dopo, da un'altra postazione sopraggiunge l'ambulanza con a bordo il medico, che dà subito l'ordine di interrompere il massaggio cardiaco. A quel punto si procede col tracciato per venti minuti prima di constatare il decesso. In molti sono convinti dell'arrivo del medico legale per accertare le reali cause del decesso. Ma non arriverà.
"E se non si fosse trattato di un arresto cardiaco? Se la morte fosse stata procurata? Se fosse stato un abuso di medicinali o altre sostanze?", domande poste sempre dall'operatore. Il paziente sarebbe stato trovato in infermeria con il nasello dell'ossigeno inserito. Una procedura giudicata da molti inutile in quelle circostanze. Se realmente il paziente era in rigor mortis quando sono arrivati i soccorsi, perché si è aspettato tutto quel tempo prima di allertare il 118? Non poteva essere rianimato prima che ci provasse il personale del 118? La struttura è dotata di un defibrillatore? Le domande ancora senza risposta sono troppe.
Una vicenda che presenta oggettivamente dei lati oscuri. Quindi è necessario fare chiarezza per rispetto di quel ragazzo di 25 anni che, forse, si sarebbe potuto salvare. Speriamo che la procura apra delle indagini: forse un aiuto potrebbe arrivare proprio dal defibrillatore che registra anche le conversazioni quando è acceso.
Il Cie di Bari d'altronde è conosciuto per il suo degrado. A novembre scorso una delegazione di "LasciateCIEntrare" si era recata nel centro barese in compagnia dei deputati Erasmo Palazzotto (Sel) e Annalisa Pannarale (Sel) e dell'avvocato Luigi Paccione, della Class action procedimentale di Bari che si è battuta per la chiusura del Cie, e hanno riscontrato la situazione disumana dei 71 migranti che occupano tre moduli su sette.
Tutti assieme avevano riscontrato la violazione dell'ordinanza del giudice del 9 aprile del 2014 che ordinava "al ministero dell'Interno e alla prefettura di Bari di eseguire, entro il termine perentorio di 90 giorni, i lavori necessari e indifferibili per garantire condizioni minime di rispetto dei diritti umani nel Centro di identificazione ed espulsione di Bari".
I lavori, in particolare, secondo quanto disposto dovevano essere eseguiti soprattutto nei dormitori. I migranti avevano raccontato alla delegazione di non poter scegliere gli avvocati per essere difesi, del cibo scadente, del divieto a usare smart phone "per impedirci - hanno denunciato - di inviare all'esterno le immagini del luogo in cui viviamo". Hanno detto di vivere "come cani" e di sostare nel Cie ben oltre i giorni di permanenza prescritti per legge, propedeutici per l'avvio del rimpatrio.
Le sbarre - aveva denunciato la delegazione - sono dappertutto. Nei corridoi i vetri delle finestre sono rotti. Piove dal tetto nelle sale benessere e in camera da letto. I bagni riuniscono docce e vasi alla turca in un unico box senza privacy alcuna. I lavandini vengono usati anche come lavatoi per gli indumenti che lì rimangono a sgocciolare per un bel po'.
"Ciò che era stato prescritto dal giudice non è stato portato a compimento", aveva commentato Paccione della class action e procedimentale. "Per noi il sistema Cie non è riformabile, ma da chiudere - aveva aggiunto Gabriella Guido di LasciateCIEntrare - i Cie sono militarizzati in maniera talmente eccessiva che presuppongono una criminalizzazione sociale inammissibile. È stata una visita blindata che non ha ragione d'essere, perché abbiamo incontrato migranti che in molti casi vorrebbero tornare nei paesi d'origine e aspettano un vettore".











