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di Michela Suglia

 

Ansa, 24 aprile 2015

 

Una cella di due metri per due senza bagno e addosso lo stesso vestito per quattro mesi. Accanto, detenuti bastonati, torturati o violentati e una domanda che le bucava la mente: quando capiterà a me? A Mirra, figlia di una famiglia del Congo bene che ora ha 35 anni, non è successo. Ma quell'incubo vissuto in un carcere congolese si chiama tortura psicologica.

A riconoscergliela in Italia è stata la commissione che le ha concesso il permesso di soggiorno per protezione sussidiaria. Vale per chi rischia la vita o la tortura se tornasse nel proprio paese, pur non avendo subito una persecuzione personale, e si rinnova ogni 3 anni. Con quelle cicatrici oggi Mirra vive da rifugiata in una stanza in affitto fuori Roma.

È una delle persone accolte dal Centro Astalli, servizio dei gesuiti per i rifugiati: una porticina discreta tra i palazzi storici del centro di Roma dove l'anno scorso - segnato da un boom di richieste di asilo, il 143% in più - ne sono passate 21 mila, 556 quelle con torture certificate. Le quattro pareti di Mirra costano 100 euro. Tanto può permettersi, facendo la badante a 500 euro al mese. "Non mi importa di mangiare pasta tutti i giorni - racconta - ma almeno posso mandare dei soldi ai miei figli".

Hanno 14 e 19 anni, sono laggiù e da tempo cerca di portarli in Italia. "Mi faccio bastare quello che ho, per fortuna e per l'educazione che ho avuto". Il copione in realtà sembrava un altro: con un padre geologo che lavorava per una multinazionale, anche lei come i sei fratelli avrebbe studiato e si sarebbe laureata.

"Ho avuto una vita normale fino a 11 anni, poi è cominciato il mio caos". Chiama così la guerra etnica scoppiata negli anni '90 nel Congo del dittatore Mobutu. Mirra si è trovata dalla parte 'sbagliatà, bersaglio di ostilità e persecuzioni fino al ritorno forzato nella provincia di origine del Kasai e poi la morte del padre. Affidata a un zio che era un pastore evangelico e si batteva per i diritti umani, è finita in una retata e arrestata. "In carcere vedevo violenze e fame - ricorda -. Ero spaventata da un carceriere che aveva attenzioni particolari nei miei confronti, temevo volesse violentarmi". Invece era il suo angelo custode che, seguace della chiesa dello zio, l'ha fatta scappare affidandola a un uomo.

"Abbiamo corso tutta la notte, la mattina mi ha portato all'aeroporto con documenti falsi. Siamo arrivati a Fiumicino, poi in treno a Termini. Lì mi ha detto: Adesso devi salvarti da sola". Era novembre del 2003. Poco dopo, grazie ad alcuni connazionali, ha bussato al Centro Astalli.

"Mi hanno detto che potevo chiedere l'asilo, non sapevo nemmeno cos'era. Sono stata una settimana in fila davanti alla questura in attesa del mio turno per fare la richiesta". Ma la salvezza era ancora lontana: "Per due anni sono stata in cura psichiatrica – aggiunge. Non sono cose facili da elaborare. Ti salvi la pelle ma non sai cosa ti aspetta qui e cosa succede alla tua famiglia. A lungo non vivi". Dopo quasi un anno dalla richiesta, ha avuto la protezione sussidiaria.