di Goffredo Buccini
Corriere della Sera, 9 luglio 2022
Oggi almeno ottocentomila ragazzi e bambini, compagni di banco dei nostri figli, si trovano incastrati da quella legge del 1992, che privilegia i vecchi principi dello ius sanguinis.
Alba dell’8 agosto 1991, porto di Bari: comincia allora, comincia lì, la paura che condizionerà tutta la nostra normativa sui migranti e sui loro figli. Con la sua sagoma da gigantesco formicaio del mare, la nave albanese Vlora si staglia quella mattina all’orizzonte: sta per scaricare sul Molo Carboni quasi ventimila disperati, in fuga dai postumi del comunismo paranoico di Enver Hoxa. Secondo lo storico Valerio De Cesaris, in quel momento diventiamo “consapevoli di vivere in un Paese di immigrazione”.
Sarebbe ora. Due anni prima abbiamo trattato Jerry Masslo, scappato dal regime razzista sudafricano, come un marziano di cui disfarsi. La nuova consapevolezza conquistata non è però indolore. Per la prima volta gli italiani (facile essere “brava gente” in una terra senza immigrati) vedono profilarsi l’incubo dell’”invasione”. In quel 1991 i profughi riempiono i nostri primi campi d’accoglienza e le nostre pagine di cronaca nera. Pochi opinionisti mantengono testa fredda e cuore caldo; tra loro, Giuliano Zincone sul Corriere: “La ricca Italia trema, di fronte al modesto abbordaggio dei nostri antichi sudditi albanesi”. Molti, nella politica come nel giornalismo, cavalcano invece l’onda dell’emotività popolare. Sicché gli umori dell’opinione pubblica risultano assai peggiorati quando, a febbraio del 1992, si decide di riformare la legge sulla cittadinanza: i partiti, ovviamente assai sensibili, registrano il cambiamento e lo traducono in norme e codicilli.
La vecchia legge risale addirittura al 1912, pensata per il Paese di emigranti che fummo. Si tratterebbe adesso di cambiare punto di vista (“Lamerica”, per dirla con Amelio, siamo noi) e di guardare a un futuro in cui le nostre coste diventeranno polo d’attrazione per moltitudini. Non va così. La legge 91 del 1992, assai condizionata da quegli albanesi che stanno scalando le classifiche nere degli stranieri denunciati (arriveranno al 12%, col 72% di irregolari), nasce storta: assai favorevole ai discendenti degli italiani emigrati all’estero, molto restrittiva verso gli immigrati. Regaliamo la cittadinanza a persone che non hanno mai messo piede in Italia e neppure si esprimono nella nostra lingua (col senno di poi, si potrebbe ribattezzarla “legge cocumella”, dal surreale esame di italiano sostenuto in tempi molto più recenti dall’uruguayano Luis Suarez, a caccia della nostra cittadinanza avendo sposato una nipote di emigranti friulani).
Ma la neghiamo a ragazzi di seconda generazione nati qui o cresciuti tra noi, che parlano il nostro idioma meglio di molti deputati e senatori, eppure vengono sospinti in un limbo nel quale possono vedersi respinta l’istanza se, a diciotto anni, non sono in grado di dimostrare una residenza in Italia legale e ininterrotta. Sabrina Efionayi, scrittrice di ascendenza nigeriana nata e cresciuta a Castel Volturno, ricorda “ore e ore all’ufficio stranieri per rinnovare il permesso di soggiorno, sotto sole e pioggia, io bambina; all’università mi sono dovuta iscrivere come extracomunitaria! Incredibile, dopo tutta la vita nelle scuole italiane!”. Oggi almeno ottocentomila ragazzi e bambini, compagni di banco dei nostri figli, si trovano in queste condizioni, incastrati da quella legge del 1992, che, nota ancora De Cesaris, “privilegia i vecchi principi dello ius sanguinis (il diritto del sangue, per trasmissione familiare) che richiamano concezioni romantiche e ottocentesche di nazione”.
Passano gli anni. Cambiano le facce che ci fanno paura. Dopo gli albanesi, saranno i romeni (accolti però nell’Unione europea), poi i maghrebini, i centroafricani... Nel 2015, con Renzi a Palazzo Chigi, il centrosinistra tenta di sterzare verso lo ius soli, il diritto stabilito dal luogo di nascita, prevalente in varie formule in Europa, e presto tradotto da noi nella forma più temperata dello ius culturae, che lo collega anche a un percorso scolastico: rispondendo così alle critiche della destra, secondo cui si vuol fare dell’Italia “la sala parto dell’Africa”.
Non basta: ancora una volta la paura decide per noi. Un mese dopo il passaggio alla Camera della riforma, gli islamisti fanno strage al Bataclan. I flussi stanno esplodendo, inutile spiegare che la cittadinanza a ragazzi già inseriti tra noi da un pezzo c’entra ben poco con gli sbarchi che sommergono le nostre coste. Il Pd, con Gentiloni a Palazzo Chigi, abbandona la riforma al Senato, sperando invano di salvarsi alle elezioni. Il leghista Calderoli, col suo stile inconfondibile, celebra così: “Alla quarta fetta di polenta anche Gentiloni ha finalmente capito che lo ius soli non era un salame ma un uccello padulo per lui e per il suo governo”.
Siamo all’oggi, nuovo giro, ius scholae. I sondaggi raccontano un’opinione pubblica meno spaventata (o forse solo distratta da incombenze più gravi). Pd e Cinque Stelle ci riprovano: dura che ci riescano. Anche se la cittadinanza ai ragazzi sarebbe un ponte prezioso verso la generazione dei genitori e una liberazione per molte donne prigioniere di subculture originate nel mondo islamico. E anche se, nel frattempo, dal nostro primo babau, gli albanesi, ci è venuta una bella lezione. Non solo si sono perfettamente integrati: agli inizi della pandemia che piagava soprattutto l’Italia, il loro premier, Edi Rama, è venuto a offrirci medici e infermieri. “Non abbandoniamo gli amici in difficoltà”, ha detto: ricordando un tempo in cui noi, con le missioni Alba e Pellicano, abbiamo teso la mano al suo popolo. Come brava gente davvero.











