Ansa, 18 febbraio 2015
Ermies lo descrivono "basso e robusto": in tanti lo hanno visto impartire ordini nella "mezrea", la fattoria nelle campagne di Tripoli dove i migranti attendono di salire sui barconi diretti in Italia. John è invece considerato "affidabile", a differenza di Teferi e Shumay, che costringono le persone a partire contro la loro volontà.
Poi c'è Abdelrezak, che negli ultimi tempi si è fatto vedere poco sulle spiagge libiche: due viaggi organizzati a maggio e giugno scorsi sono andati a finire male e 300 migranti sono morti annegati. "Si è un po' defilato ma è sempre attivo".
I mercanti di uomini che operano in Libia non arrivano alla dozzina e quasi nessuno è libico: sono etiopi, sudanesi, egiziani, che investigatori e 007 italiani conoscono al punto da sapere che, durante Mare Nostrum, applicavano ai prezzi dei viaggi uno sconto del 50%, visto che le navi italiane si avvicinavano fino a poche miglia dalla Libia. Ma prenderli e disarticolare le loro organizzazioni, che si avvalgono di decine di persone, è tutt'altra storia.
"Non si sa più con chi parlare, non c'è nessuno che comanda, un accordo preso può diventare carta straccia il giorno dopo", ti dicono. E così Ermies e gli altri continuano a fare i loro interessi indisturbati. "Il nostro lavoro è il contrabbando di migranti, quindi possono sorgere degli imprevisti" dice al telefono, intercettato, Ermies. E sono proprio le intercettazioni a rivelare i nomi e le storie di chi gestisce i traffici. John Maray, ad esempio, è un sudanese. Il suo quartier generale è a Khartoum ma spesso si sposta in Libia.
È "uno dei principali organizzatori dei trasferimenti dei migranti dal centro Africa alle coste della Libia" dicono le inchieste aperte dalle procure siciliane. Ha uomini nelle carceri locali e tutti lo conoscono come un personaggio affidabile.
"Per organizzare i viaggi - dice John al telefono ad un altro trafficante - vanno rispettati determinati fattori" e cioè che "le partenze non devono avvenire con il mare in tempesta e non bisogna dare adito alle lamentele dei migranti". John è in contatto con Ermies (o Ermias) Ghermay, un 40enne etiope da anni in Libia. Di lui gli investigatori sanno quasi tutto: abita nel quartiere di Abu Sa a Tripoli, si sposta spesso nei porti di Zuwara, Zawia, Garabulli e gestisce una fattoria dove nasconde fino a 600 migranti alla volta, ai quali chiede tra i 1.200 e i 1.600 dollari a testa per partire. Al telefono parla di contatti con la "polizia libica" e di un "capo" che viaggia spesso in Arabia Saudita.
"Quanto i viaggi li organizzo io, i viaggiatori partono tutti. Se non riesco ad imbarcarli in un viaggio ce ne sarà un altro pronto a partire l'indomani o tra qualche ora". Si troverebbe invece in Turchia, dopo la stretta delle autorità egiziane, Ahmed Mohamed Hanafi Farrag, considerato uno dei capi delle organizzazioni che operano in Egitto.
Aveva auto e camion per il trasporto di migranti, case, imbarcazioni di vario genere, tra cui due navi madre che gli sono state sequestrate in Italia. E lui al telefono chiedeva al capitano di fargli sapere dove doveva mandare l'avvocato. Dalle informazioni sul terreno sembrerebbe che siano ancora loro ad avere in mano la gestione della tratta di esseri umani, ma l'arrivo dei miliziani in nero potrebbe cambiare le cose.
Già il fatto che i migranti vengono buttati in mare con qualsiasi condizione meteo e con barche fatiscenti è il segnale che si vuole alzare la pressione. E chi ha davvero interesse a farlo? Secondo il presidente del Copasir Giacomo Stucchi è poi "concreto" il rischio che dei terroristi possano nascondersi tra i migranti.
E c'è un altro elemento che preoccupa gli esperti ed è quello evidenziato dalla Rivista italiana difesa: gli uomini dell'Isis potrebbero ripetere nel canale di Sicilia quel che da 10 anni accade nel tratto di mare tra la Somalia e Aden, attaccando pescherecci, piccoli mercantili e anche i mezzi di soccorso, con l'obiettivo di prendere ostaggi. Ma c'è un altro scenario ipotizzato, ancora più inquietante: i terroristi potrebbero trasformare i barconi in trappole esplosive da far saltare in aria contro le navi e le motovedette italiane o di Frontex impegnate nei soccorsi ai migranti.









