di Gianluca Di Feo
La Repubblica, 20 maggio 2021
I migranti arrivati a Ceuta, gli sbarchi a Lampedusa e i naufragi nel Canale di Sicilia obbligano l'Unione europea ad aprire gli occhi. La marea umana che ha varcato le barriere di Ceuta, l'ondata di migranti sbarcata la scorsa settimana a Lampedusa, i naufragi sempre più frequenti nel Canale di Sicilia stanno obbligando l'Unione Europea ad aprire gli occhi sul Mediterraneo e rendersi conto di una situazione senza precedenti. La pandemia, il terrorismo, il moltiplicarsi degli Stati sull'orlo del fallimento rischiano di spingere verso il mare una moltitudine di persone disperate, pronte a tutto per trovare condizioni di vita decenti. I fronti aperti sono tanti, con cause diverse che spesso si innestano in crisi antiche o sono alimentate da interessi geopolitici spregiudicati, come quello della Turchia. L'effetto complessivo però questa estate potrebbe assumere le dimensioni di una catastrofe umanitaria.
Al primo posto c'è la Tunisia, l'unica fragile democrazia partorita dalla Primavera araba, dove le condizioni economiche continuano a precipitare. Il Paese non ha più risorse: il turismo è stato spazzato via dagli attentati islamisti e il Covid ha messo al tappeto le poche imprese attive nelle esportazioni. Per una popolazione giovane non esistono alternative all'emigrazione e neppure le forze dell'ordine sembrano in grado di frenare la tentazione a mettersi in viaggio verso Lampedusa, che dista poche ore di gommone. Un lungo sciopero dei funzionari fiscali minaccia di bloccare gli stipendi di tutta la pubblica amministrazione, polizia inclusa, e alle intelligence occidentali arrivano segnali preoccupanti sulla tenuta degli apparati di sicurezza. Non a caso, la commissaria europea Ylva Johansson oggi sarà a Tunisi assieme alla ministra dell'Interno Luciana Lamorgese.
L'Italia da sola può fare poco e il governo Draghi ha chiesto che la questione entri prepotentemente nell'agenda del vertice di Bruxelles della prossima settimana: soltanto un intervento su scala globale dell'intera Unione può affrontare la situazione prima che sia troppo tardi. E non si tratta di tamponare le crisi, distribuendo fondi per incentivare governi e polizie a fermare le partenze. Mai come ora è diventata impellente una vera politica estera che renda la Commissione protagonista di una stabilizzazione del Mediterraneo. Comprare brevi moratorie non risolve i problemi strutturali, che finiscono per riproporsi a ogni estate, e aumenta lo sfruttamento della disperazione. Lo si vede in Libia: la tregua nella guerra civile ha riaperto le rotte del traffico di esseri umani, come testimoniano gli oltre duemila migranti del Bangladesh arrivati in Sicilia in pochi giorni. Il business degli scafisti si è rimesso in moto con ricche prospettive di guadagno tra chi scappa dal virus, tra chi fugge dall'Afghanistan abbandonato ai talebani e tra i profughi dell'escalation jihadista nel Sahel.
In Niger, Mali e Burkhina Faso le milizie fondamentaliste dilagano. Secondo l'ultimo rapporto dell'Onu, solamente nella regione nigerina al confine con il Mali più di centomila persone hanno dovuto lasciare i loro villaggi. Altre undicimila si stanno dirigendo in queste ore verso la capitale Niamey: molti cercheranno di attraversare il deserto diretti in Libia e in Tunisia. Non a caso, la Farnesina lo scorso mese ha riunito i leader dei tuareg maliani, trattando un accordo che prevede finanziamenti in cambio del rimpatrio dei migranti. E la stessa linea di diplomazia economica viene seguita con le tribù del Fezzan libico, snodo delle carovaniere che dal Sahel puntano sul litorale. Si tenta di costruire muri nella sabbia, senza riuscire a intaccare il male che sta divorando l'Africa centrale.
Se si allarga lo sguardo, allora bisogna tenere conto di un'altra realtà esplosiva. Nel Libano senza governo e senza finanze, senza lavoro e senza nemmeno più l'illuminazione stradale, c'è un popolo dimenticato: un milione e mezzo di rifugiati siriani, i più poveri in una nazione sul lastrico. Le autorità locali non possono occuparsi di loro, la comunità internazionale li ignora. Solo le tariffe esose chieste dagli scafisti li fermano dal salpare verso Cipro, frontiera orientale dell'Europa. Ma nelle ultime settimane già due barche sono state intercettate, altre forse sono riuscite a passare. L'avanguardia della prossima emergenza.











