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di Khalid Chaouki

 

Il Garantista, 23 aprile 2015

 

Tra le molte cose che sono state dette in questi giorni sul terribile naufragio che domenica ha portato allo spaventoso bilancio di 900 morti, una delle più sensate e intelligenti proviene da monsignor Giancarlo Perego, direttore della fondazione Migrantes.

Intervistato da una radio sulla scellerata ipotesi di un mandato internazionale per affondare le barche degli scafisti Perego ha commentato: "Parole come affondare, distruggere, respingere, senza che siano accompagnate da parole come tutelare, salvare, accogliere, non hanno prospettiva". Mi sembrano parole sagge, pronunciate da un uomo che da anni lavora con migranti e profughi, parole di chi riesce ancora a vedere i volti prima dei numeri, a dare più peso alle storie di chi parte che alle dichiarazioni di chi cerca di racimolare un po' di consenso facendo leva sulla paura atavica del diverso.

Solo il 16 aprile alla Camera è stata votata e approvata una proposta di legge per istituire il giorno della memoria per le vittime dell'immigrazione, l'abbiamo approvata proprio a partire dalla tragedia del 3 ottobre 2013 a Lampedusa. La storia tragicamente si ripete e purtroppo siamo ancora costretti a fare tragici bilanci; serve subito un piano sociale europeo serio, che coinvolga i Paesi di arrivo dei profughi e migranti e che collabori con la cooperazione locale.

Se si vuole fermare il fenomeno dei tragici naufragi nel Mediterraneo dobbiamo imparare ad accogliere, perché il flusso di profughi siriani di certo non si arresterà, perciò dobbiamo imparare ad organizzarlo. Frangois Crépeau, consulente delle Nazioni Unite sui diritti dei migranti al Guardian invoca "un progetto globale che includa tutti i paesi del nord del mondo. Questi paesi dovrebbero offrirsi per accogliere i rifugiati in base al loro reddito pro capite e alla densità abitativa". Non possiamo più abituarci alla vista di quei corpi senza vita che galleggiano nel mare, sono persone disperate costrette a scappare dalla guerra, cercare la salvezza anche a costo di rimetterci la vita per darsi una chance, per immaginarsi un'esistenza migliore, lontana da persecuzioni e dittature.

Nella lotta per affermare la propria dignità di esseri umani ha vinto il mare. E l'inadeguatezza delle politiche di gestione dei flussi migratori della Fortezza Europa.

Come può il nostro continente, nato sulle ceneri della Seconda Guerra Mondiale, figlio di dolorosi e numerosi lutti, non riconoscere appieno ciò che sta scritto nella Convenzione dei diritti dell'uomo sulla tutela della sopravvivenza delle persone in fuga da guerre, persecuzioni e carestie? L'Europa oggi non può più ragionare solo in termini di sicurezza delle frontiere, c'è in ballo la salvaguardia di migliaia di vite umane. E non può nemmeno continuare a lasciare sola l'Italia, ponte naturale verso l'occidente, abbandonata in questi ultimi anni nella gestione dei flussi migratori.

La nostra è un'Europa che deve assolutamente rivedere il regolamento di Dublino III per consentire la libera circolazione dei richiedenti asilo e deve potenziare il soccorso in mare, riportandolo ai livelli che l'Italia aveva garantito fino a novembre 2014 con l'operazione Mare Nostrum. Ma non è solo il potenziamento del soccorso la risposta; nuove misure e provvedimenti dovrebbero, infatti, rendere il salvataggio non necessario.

Oggi è urgente offrire ai rifugiati delle alternative concrete rispetto a quella di mettere la loro vita nelle mani di scafisti e trafficanti; aprire campi di assistenza ai profughi nei Paesi di transito, promuovere misure di ingresso protetto, creare programmi di reinserimento, attivare canali umanitari e, prima di tutto, smettere di demonizzare queste donne e uomini oppressi da guerre e dittature. L'Unione Europea ha ancora un'ultima possibilità per recuperare un minimo di credibilità e guadagnarsi rispetto tra i popoli del mondo. Spero sia la volta buona.