di Mario C.
La Stampa, 21 febbraio 2021
Caro direttore, non ho più niente della mia vita precedente. Prima dell'incidente facevo un lavoro che amavo, avevo una vita attiva, ero un ragazzo pieno di interessi, di passioni. La vita è bella e va goduta fino alla fine, ma solo fino a quando si ha la possibilità di viverla con dignità. Per me non è più così. Per me questa non è più vita, ma pura sopravvivenza.
Per questo ho fatto la richiesta di accesso al suicidio assistito. E ho scelto di farla in Italia, per poter essere circondato dai ai miei affetti, fino alla fine. Non riesco a muovere più nessuna parte del mio corpo. Per ogni piccola azione come lavarmi i denti, farmi la barba, mangiare, bere, lavarmi, vestirmi, ho bisogno di qualcun'altro.
Negli ultimi anni, i dolori sono aumentati, prendo antidolorifici tutti i giorni. Spesso sono costretto a legarmi sul letto per evitare di cadere dal letto a causa delle contrazioni. In questi 10 anni non mi sono mai pianto addosso, ho tentato la riabilitazione in tantissimi centri per riottenere un po' di autonomia, ma nulla è servito. E ora mi ritrovo a vivere una vita, che non è più vita. Non voglio vivere altri 10-20-30 anni in queste condizioni.
Non voglio subire ancora per tutti questi anni che ho davanti a me, l'umiliazione che il mio corpo venga toccato da altri. Solo in chi si trova nelle mie condizioni può capire cosa vuol dire. Non sono depresso, sono sempre rimasto lucido e non sono abbandonato a me stesso: i miei familiari, i miei affetti, l'assistenza, la fisioterapia, mi sono sempre stati accanto, non mi è mai mancato niente. Ognuno però deve avere il diritto di scegliere se andare avanti così, con dolori e sofferenze quotidiane, oppure no. È una scelta dolorosa ma, io preferisco andarmene con dignità piuttosto che vivere altri 40 anni di una vita che non mi appartiene.
Ho dunque fatto testamento biologico, nel quale dichiaro di rifiutare accanimento terapeutico e chiedo cure palliative e sedazione profonda nel caso dovessi diventare incapace di esprimere la mia volontà. Ho chiesto all'azienda sanitaria di verificare le mie condizioni, come previsto dalla Corte Costituzionale, per poter accedere al farmaco per il suicidio assistito.
La risposta è stata negativa, nonostante io sia tenuto in vita da trattamenti sanitari. Ho quindi deciso di fare ricorso contro questa decisione del Sistema sanitario. Spero che il tribunale intervenga in mio aiuto, ma chiedo in ogni caso al Parlamento di discutere la legge sull'eutanasia, per essere liberi di decidere senza dover andare per tribunali.











