di Mirella Serri
La Stampa, 6 luglio 2026
Recensione a “Novecento. Sulle spalle dei giganti. Il secolo in dieci vite”, di Enrico Deaglio (Gribaudo editore). Da Rosa Parks ad Alexander Langer: gli eroi del secolo scorso per Deaglio. Il noto fotoreporter Weegee, pseudonimo di Arthr Fellig, assai benvoluto dei piedipiatti di Manhattan che lo convocavano in occasione di furti, assassinii e violenze varie, l’11 gennaio 1943 fu come al solito il primo ad arrivare con la sua Rolleiflex. Dopo l’entrata in guerra vigeva l’oscuramento e fu usata una lampada per illuminare il corpo di Carlo Tresca. Era una notizia da prima pagina: il sindacalista, nato a Sulmona ed emigrato negli States, era una celebrità, idolatrato dalle masse, sempre alla testa degli scioperi più importanti, dei tessili, dei minatori e degli alberghieri.
Scrittore, giornalista, poeta, quando venne ucciso Tresca era appena uscito dalla redazione de Il Martello. A chi aveva pestato i piedi il leader politico che era anche un animatore del comitato in difesa di Sacco e Vanzetti? Sicuramente alla onorata società newyorkese di cui intralciava i traffici malavitosi. Ma era anche un fervente antifascista che si scontrava pure fisicamente con le camicie nere che in America cercavano di organizzare gli emigrati italiani. Tra i nemici di Tresca vi erano inoltre gli emissari di Stalin che aveva avviato la mattanza degli anarchici durante la Rivoluzione spagnola. L’omicida non fu individuato ma una cosa era chiara: Tresca fu un dissidente, un signor NO veramente radicale nei confronti dei poteri più feroci e la sua figura è uno degli splendidi dieci esempi con cui Enrico Deaglio illumina il suo “Novecento. Sulle spalle dei giganti. Il secolo in dieci vite” (Gribaudo editore).
Il “secolo breve” di Deaglio è anche quello dei piccoli grandi eroi che corre in parallelo agli avvenimenti della grande Storia. Il giornalista e saggista mette in evidenza qualcosa di molto speciale, un intreccio di atti di coraggio individuale, di responsabilità, di decisioni nello sparigliare le carte sul tavolo delle vicende di cui in alcuni casi è stato testimone lui stesso. Così, in Polonia, Deaglio ha occasione di incontrare Marek Edelman quando era ancora primario di cardiologia e viveva nella sua modesta casa di Łódz. Edelman aveva avuto una funzione determinante nelle dolorosissime vicissitudini degli ebrei di Varsavia. Rimasto orfano a 14 anni, aveva militato nelle formazioni giovanili del Bund, l’Unione Generale dei Lavoratori Ebrei. Quando venne creato dai nazisti il ghetto di Varsavia, Edelman e l’organizzazione del Bund riuscirono a portare aiuti, cibo medicine alle famiglie recluse in terribili condizioni.
La rivolta armata fu il primo caso di ribellione contro gli uomini di Hitler in Europa e fu promossa da circa duecento adolescenti o giù di lì. Quando, dopo tanti giorni di assedio, le SS ebbero il sopravvento e incendiarono le abitazioni, Marek fu uno dei pochi a salvarsi. La sua forza di volontà e il suo dissenso non si esaurirono con la fine del secondo conflitto mondiale: si manifestarono anche successivamente, dopo la Guerra dei sei giorni del 1967. Il Partito comunista polacco ordinò di espellere i “sionisti”, come venivano chiamati gli ultimi ebrei rimasti. Ma dopo essere stato licenziato dall’ospedale, il medico-ex comandante fu spalleggiato dai colleghi, venne riassunto e non fu costretto a emigrare.
Per Deaglio un’altra dei dieci grandi interpreti del secolo scorso è stata madre Maria Francesca Cabrini che fondò la congregazione delle Missionarie del Sacro Cuore di Gesù e si trasferì in America. Gli immigrati, a New Orleans in particolare, vivevano in condizioni di segregazione nella “Little Palermo” e tra malnutrizione, topi, epidemie di febbre gialla, erano paragonati ai “neri”, visti come violenti, sporchi e “mafiosi”. Nel 1890 venne ucciso il capo della polizia della città e una folla inferocita, guidata da esponenti della politica e dell’alta società locale, assaltò la prigione, trucidò undici immigrati, in gran parte siciliani, che erano stati arrestati senza indizi o prove. Madre Cabrini scese in campo per difendere gli innocenti: “Gli italiani sono stati diffamati, al punto che la folla, aizzata da chi ne voleva l’espulsione, ne ha linciati a dozzine”. Inviò le intrepide consorelle a organizzare un orfanotrofio e un ospedale in quei luoghi dove i connazionali rischiavano la pelle.
Tra i grandi atti eversivi che hanno cambiato il volto del nostro tormentato Novecento, Deaglio annovera anche una storica foto. Quella dei piedi di Bobbi Campbell che venne attaccata alla porta di una farmacia di Castro Street, a San Francisco, nell’autunno del 1981. Bobbi, infermiere al General Hospital della città californiana, era afflitto da una malattia della pelle. I suoi piedi rivelarono l’esistenza di ciò che, da quel momento, prese il nome di “cancro dei gay”. Campbell non solo ebbe l’ardimento di dare visibilità nazionale alla crisi dell’Aids ma anche quello di battersi successivamente con grande determinazione per i diritti LGBTia+. La lista dei giganti di Deaglio non finisce qui. Include anche la meravigliosa Rosa Parks che nel 1955, nella segregazionista Alabama, si rifiutò di cedere a un uomo bianco il proprio posto sull’autobus.
E poi Nelson Mandela, intervistato dallo scrittore quando era già presidente del Sudafrica, l’ambientalista e pacifista Alexander Langer, definito da Deaglio “il San Cristoforo verde con il sogno di aiutare i più deboli a passare dall’altra parte del fiume”, e Abolhassan Banisadr, primo presidente laico della Repubblica islamica dell’Iran il quale, dopo poco più di un anno di governo, nel 1981, fu deposto e costretto a fuggire in Francia: “Non so se sia stato un gigante ma, se ce l’avesse fatta, il mondo oggi sarebbe diverso”.
Infine c’è anche un appassionato ritratto di Licia Rognini Pinelli: “da sola, e senza mai alzare la voce, ha conquistato il cuore di Milano e ha ottenuto la verità sulla morte di suo marito Pino. La morte di Pinelli, innocente precipitato dal quarto piano della Questura di Milano nel dicembre 1969, ha cambiato la storia di questo Paese: a me ha insegnato a dubitare delle ‘versioni ufficiali e a vedere nell’abuso di potere la norma, più che l’eccezione”. Lo stesso Deaglio si configura come un protagonista di questa carrellata da “testimone del Novecento essendomi impicciato, prima come attivista e poi come giornalista, delle cose che mi capitavano intorno; e questo per un bel po’ di tempo”. Un testimone privilegiato dei giganti del dissenso.










