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di Carlo Fusi

La Ragione, 23 luglio 2024

In Italia è in atto una carneficina tanto plateale quanto intollerabile. È quella dei suicidi in carcere. Quest’anno finora ce ne sono stati 58, uno ogni tre giorni. Vanno aggiunte sei guardie carcerarie che si sono tolte la vita: una al mese, vittime di un circuito tremendo e crudele, esistenze sacrificate sull’altare della pena di chi custodisce e di chi è custodito. à un massacro che promette di non arrestarsi e che si nutre di spietatezza soprattutto adesso, in estate, quando il caldo rende la detenzione una abominevole tortura: secondo il Garante dei detenuti, il sovraffollamento carcerario ha raggiunto il 130%. Cifre, aride e agghiaccianti. Che però, per quanto appaia inverosimile, non sono l’elemento più grave. Che è un altro: l’indifferenza.

Di quel che succede negli istituti di pena non importa infatti a nessuno, tranne ai Radicali di ieri e di oggi. Non ai cosiddetti operatori di giustizia, che spediscono dietro le sbarre fiumane di persone allargando le braccia: che possiamo fare, c’è la legge che lo impone e l’azione penale è obbligatoria. Poi succede che una valanga di indagati - quasi sempre i più deboli, quelli che non possono permettersi un avvocato, gli stranieri - dopo aver passato mesi o addirittura anni in restrizione vengano prosciolti o assolti. Segnati per sempre da una esperienza intrisa di ferocia, nel corpo e nell’anima. Ma tanto chi se ne frega, no?

Non importa a una opinione pubblica mai sazia di sangue vendicativo, che pulisce (col vetriolo, pazienza) la coscienza dei “buoni”; eccitata da invettive che arrivano dall’alto e dal basso verso chi deve ‘marcire in prigione’. Un sentiment a sua volta attizzato alla grande dai media, che esultano quando possono dire che il killer (con l’aggiunta di “presunto”, per una insopportabile forma di ipocrisia) è uscito di galera, che il corrotto è finito in manette, che il personaggio pubblico è nei guai giudiziari. Un accanimento - quello di giornali, tv e social - tanto generico quanto illimitato, privo di bilanciamento: se parte l’accusa, titoloni e strombazzamenti; se arriva il verdetto di innocenza, un trafiletto e meglio ancora niente, tanto nessuno paga. Se poi arriva una misura “svuota-carceri”... lasciamo perdere.

La presunzione di innocenza, fulcro di una civiltà che ripudia la legge del taglione, è un trastullo da dibattiti tv. Il precetto costituzionale della rieducazione del reo, un orpello da bruciare sul falò della punizione esemplare. I tre gradi di giudizio, un soffocante laccio burocratico. I processi arrivano anni dopo le indagini, mentre la macchina del fango spappola vite, reputazioni, onorabilità. Perché ci siamo ridotti così? Le ragioni sono tante e affondano le radici nella brutale e assassina semplificazione che negli ultimi cenni ha avvolto l’Italia come un raccapricciante sudario: l’iperpenalizzazione, convinzione che serva una legge - non importa di che genere - per risolvere d’incanto i mali del Paese e che l’affidamento al circuito giudiziario del compito di bonificare le piaghe della società sia la mossa che monda e salvifica.

E scarica le responsabilità. Così nelle celle si celebra la liturgia dell’idoneo castigo. Ragazzi vengono messi a contatto con mafiosi e ‘ndranghetisti e molti scelgono di impiccarsi. Un muto grido di angoscia che non vogliamo sentire, meglio andare al mare.