di Vera Cuzzocrea*
Il Dubbio, 4 agosto 2026
L’allarme sociale è lo scenario in cui si inserisce il ddl sull’imputabilità minorile. Offrire risposte “adeguate” è l’intento del governo, malgrado quanto previsto sia ampiamente criticato da comunità scientifica e addetti ai lavori. Il provvedimento interviene sull’articolo 98 del Codice penale e sull’articolo 9 del Dpr 448/88, introducendo una presunzione di capacità di intendere e di volere tra i 14 e i 18 anni: una modifica apparentemente banale ma in realtà profondamente sbagliata e pericolosa. Innanzitutto, il ddl cambia la ratio degli interventi: da educativa a punitiva. Come affermato dalla presidente del Consiglio: “Chi aggredisce […] deve pagare. Sempre. Anche se ha 15 o 16 anni”.
Questo sembra avvenire in continuità con il percorso già tracciato dal decreto Caivano, che ha previsto un generale irrigidimento nella risposta penale e una riduzione delle possibilità di accesso a strumenti alternativi, come la messa alla prova. Il risultato è che la Corte costituzionale si è espressa dichiarando la parziale illegittimità della norma e sono aumentate del 50% le presenze presso gli istituti penali minorili, con connessi problemi di sovraffollamento, risse e compressione dell’intervento trattamentale. La ricerca suggerisce che in adolescenza la migliore forma di deterrenza della devianza consiste nel coinvolgimento in azioni socialmente positive, attrattive e motivanti, capaci di rafforzare i legami con le comunità di appartenenza e di far sviluppare capacità di socializzazione e controllo. Di contro, punire di default rischia di costruire identità e carriere devianti.
Un secondo aspetto riguarda il fatto che si mette al centro dell’interesse il reato e non la persona, assimilando di fatto il minorenne all’adulto. Così lo Stato tradirebbe il suo dovere di tutela. La normativa internazionale converge invece sulla necessità di un approccio individualizzato e capace di non interrompere il percorso di crescita, tanto che il nostro processo penale minorile - apprezzato a livello internazionale - si basa su principi di minima offensività, de-stigmatizzazione, de-istituzionalizzazione e di attitudine responsabilizzante.
Immaturità, suscettibilità all’influenza dei pari, propensione al rischio e all’acting-out, ridotta percezione delle conseguenze delle azioni caratterizzano l’adolescenza e contribuiscono a determinare la condotta in senso delinquenziale, insieme ad altre vulnerabilità individuali, familiari e sociali. La consapevolezza di questi aspetti da decenni orienta la risposta di Giustizia verso scelte capaci di modificare la traiettoria deviante a partire dalla valutazione di bisogni e risorse. L’istituto della messa alla prova ne è un esempio efficace: ogni anno gli esiti positivi sono circa l’85%, con conseguente riduzione della recidiva.
Vi è poi un errore di fondo: la presunzione di non imputabilità e la conseguente valutazione caso per caso non elimina la responsabilità penale. Nel 2024, su un totale di 14.220 minorenni segnalati, sono stati soltanto 60 i proscioglimenti per immaturità (0,42%). L’imputabilità quindi non solo è già considerata ma anzi “usata” per offrire una risposta penale coerente con le esigenze del caso. È forse stata confusa la “capacità di intendere e di volere”, connessa alla fase evolutiva, con la “responsabilità/responsabilizzazione” quale processo da sviluppare proprio con l’intervento di giustizia che va anzi potenziato, con risorse e servizi.
Un’ulteriore criticità è rappresentata dall’inversione dell’onere della valutazione dal pubblico al privato, cioè dai servizi della giustizia alla difesa: il rischio è di aumentare le diseguaglianze sociali, perché chiedere di dimostrare l’incapacità significherebbe che a beneficiare di questa tutela sarà solo chi potrà permetterselo, economicamente e culturalmente, escludendo così proprio chi ne avrebbe più bisogno. L’auspicio è quello di guardare a ciò che serve veramente: investimenti per ridurre le traiettorie di rischio, potenziando i servizi alla persona, la ricerca e i progetti che hanno mostrato efficacia, strategie educative nella scuola e nelle comunità, interventi promozionali di benessere. A fronte dell’aumento dell’insicurezza sociale servono pertanto politiche e azioni in grado di rassicurare, perché la devianza giovanile è una questione di comportamenti individuali e collettivi che si sviluppano in contesti che noi abbiamo la responsabilità di cambiare offrendo opportunità di crescita, socialità e futuro. E lo Stato non può disimpegnarsi davanti a questo.
*Psicologa giuridica, già Giudice onoraria presso il Tribunale per i Minorenni di Roma, socia ordinaria di AltraPsicologia










