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di Valentina Stella

Il Dubbio, 9 ottobre 2026

Come sulle nuove norme in discussione sulla legittima difesa, anche su quella che va a modificare l’imputabilità per i minori avvocatura e magistratura si trovano d’accordo nel bocciare la proposta legislativa. Due giorni fa, infatti, in commissione Giustizia della Camera sono stati auditi Anm e Ucpi che hanno criticato il disegno di legge Meloni-Nordio che introduce una diversa regola probatoria in materia di accertamento della capacità di intendere e di volere dei minori di età compresa tra 14 e 18 anni: si prevede che il minore sia, di regola, imputabile, salvo che risulti privo della capacità di intendere o di volere al momento del fatto.

Domenico Pellegrini, membro del Comitato direttivo centrale del “sindacato” delle toghe, ha espresso critiche molto forti: mentre “la convenzione di New York sui diritti del fanciullo del 20 novembre 1989 impone che il processo penale minorile sia un processo “a misura di minore”, “la modifica normativa in esame assimila invece il minore all’adulto soprattutto sotto il profilo processuale. Si sostiene che tale scelta serva a “responsabilizzare i minori autori di reato”.

In realtà, a parte il valore simbolico, ossia di “legge manifesto” che caratterizza la norma, con l’intento di trasmettere un messaggio di maggiore severità, si rinuncia ad intervenire sulle cause della devianza minorile e, soprattutto, non si pone sufficiente attenzione alla qualità della risposta giudiziaria”. Secondo il magistrato, “si adotta una scorciatoia probatoria, tutta a discapito della difesa del minore, erodendo uno dei pilastri del principio di colpevolezza, in quanto l’imputabilità esprime la prima condizione della rimproverabilità personale del fatto commesso e, proprio per questo, non tollera schemi presuntivi”.

In particolare, “è evidente” che, dove la presunzione di capacità di intendere e di volere sia forte, superabile solo con allegazioni in senso contrario, “si pone un serio problema di sostenibilità della difesa e quindi di effettività delle garanzie laddove, come spesso accade, il minore non disponga di sufficienti risorse familiari, culturali ed economiche per espletare consulenze specialistiche o documentare adeguatamente la propria storia personale, scolastica, familiare e sanitaria. Con una conseguente disparità di trattamento tra soggetti minorenni”. Infine, per Pellegrini, “gli studi più recenti evidenziano come lo sviluppo cerebrale prosegue ben oltre i 18 anni: non esiste un momento unico in cui il cervello “diventa adulto” e, se anche il limite dei 18 anni può essere fissato normativamente in base alla stessa concezione sociale del momento in cui si diventa “maggiorenni” sicuramente di “cervello adulto” non si può automaticamente parlare per un quattordicenne.

Ciò non significa che il quattordicenne sia un immaturo: significa che occorre svolgere un accertamento individuale riferito al momento del fatto e alla natura stessa del fatto, essendo evidente che alcune condotte sono più percepibili come illecite rispetto ad altre”. Secondo Barbara Sorgato, componente di Giunta dell’Ucpi, “il testo del disegno di legge aggiunge, invece, un ulteriore tassello alla strategia repressiva adottata nei confronti dei minori, iniziata con il decreto Caivano e proseguita, da ultimo, con la prospettata estensione del fermo di prevenzione anche ai minorenni”. In questo quadro, la cosiddetta “stretta anti-maranza”, “oltre a generare forti dubbi di compatibilità costituzionale, appare il sintomo di una preoccupante regressione culturale.

Nel tentativo di esibire fermezza, l’esecutivo finisce per negare la specificità della condizione adolescenziale e per confondere la sicurezza con la propaganda, il governo dei fenomeni sociali con la ricerca del consenso immediato”. Anche per la penalista, “le statistiche del Dipartimento per la Giustizia minorile dimostrano che le declaratorie di non imputabilità per accertata immaturità costituiscono già oggi un fenomeno del tutto marginale, posto che negli ultimi anni le decisioni fondate sull’articolo 98 c.p. si attestano a poche decine di casi su scala nazionale.

Ne deriva che la riforma non risponde ad alcuna emergenza applicativa reale, ma appare semmai una scelta eminentemente simbolica e comunicativa, funzionale ad alimentare la narrazione di una presunta indulgenza della giustizia minorile”. Sorgato poi si è espressa anche in merito alla pdl della deputata di Forza Italia Marta Fascina che vorrebbe abbassare l’età dell’imputabilità a 13 anni. “È illusorio pensare che la risposta a dinamiche complesse - come le aggressioni di gruppo ai danni di coetanei o adulti per denaro e smartphone, o il coinvolgimento di infraquattordicenni da parte della criminalità organizzata - possa individuarsi semplicemente consentendo l’ingresso anticipato di questi minori nel circuito penale. Si tratta di una lettura superficiale”.