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di don Vincenzo Russo*

Il Fatto Quotidiano, 18 ottobre 2022

Non si può più rimanere spettatori davanti al dramma che si consuma quotidianamente nelle carceri. A Sollicciano (Fi), in soli tre mesi, tre persone si sono tolte la vita. Poche ore fa l’ultima tragedia, che porta a 68 il numero dei suicidi negli ultimi 10 mesi in Italia.

Una media impressionante che, se proiettata sull’intera popolazione, farebbe segnare un numero di suicidi di circa 84.000 all’anno, corrispondente a quello degli abitanti di una città come Grosseto. Il fatto che una percentuale così alta di suicidi si rilevi nelle carceri non sembra invece destare alcuna preoccupazione, né sollevare indignazione nell’opinione pubblica, come se la morte di un detenuto che si toglie la vita possa essere trattata come una disfunzione di natura meramente burocratica nel sistema carcerario piuttosto che come una irrisarcibile tragedia umana.

Tranne quelli che ci vivono o ci lavorano, quasi nessuno conosce le condizioni reali in cui si trovano le persone detenute a Sollicciano: d’estate l’aria diventa irrespirabile, d’inverno le celle sono fredde e umide, i letti sono spesso infestati da cimici, alcune parti dell’edificio ospitano colonie di topi, i servizi rieducativi e sanitari sono carenti. A scadenze regolari si fanno annunci di cambiamento e progetti di riforma, ai quali però non fanno mai seguito miglioramenti nelle condizioni di vita dei detenuti.

In tale situazione di degrado, non poche volte le persone più fragili perdono ogni motivazione alla vita e decidono di levare la mano contro se stesse. L’ultimo detenuto suicida era un cittadino marocchino inseguito da diversi provvedimenti giudiziari e già segnalato per fragilità psichiatriche. Era arrivato a Firenze da pochi giorni, proveniente da un altro carcere. A Sollicciano ha posto fine alla sua vita, a un’esistenza di miseria e privazione, resa oltremodo dolorante dalla solitudine della vita carceraria.

La sua tragica sorte ci deve interpellare e chiamare alla responsabilità. Se questo fratello ha perso ogni speranza è anche perché, nel momento di maggiore sofferenza, ha trovato il vuoto intorno a sé. Non possiamo permettere che questo dramma si perpetui. Il carcere non deve diventare luogo di annientamento della dignità umana. In uno Stato di diritto ai detenuti deve essere garantita una condizione di vita decorosa. Se malati devono essere curati, se fragili seguiti e protetti. Il grado di civiltà di una nazione si vede soprattutto dal trattamento che essa riserva alle persone chiamate a scontare una pena. Da questo punto di vista la nostra nazione, avendo dimenticato l’insegnamento di Beccaria, sembra precipitare in un preoccupante vortice oscurantista.

Di fronte allo stillicidio di suicidi in carcere bisogna indignarsi, smettere di restare in silenzio, reagire, insorgere, esigere che i nostri fratelli detenuti, proprio perché tali, paghino il loro tributo alla società in condizioni massimamente dignitose. Lasciare che la vicenda umana di questi uomini si consumi nell’indifferenza non segna solo il regresso della società, ma segnala anche la condizione di deresponsabilizzazione morale e civile in cui ognuno di noi rischia di precipitare, condizione che Hannah Arendt ci ha da tempo insegnato a chiamare “banalità del male”.

*Cappellano nella Casa circondariale di Sollicciano (Firenze)