di Massimo Adinolfi
Il Mattino, 27 ottobre 2019
Nel frattempo, entri pure in vigore il nuovo regime sulla prescrizione, con la sospensione dopo la sentenza di primo grado. In quale frattempo? In quello che vive questo governo e questa maggioranza, che non ha ancor capito se e quanto durerà, se il voto in Umbria di oggi avrà ripercussioni, se lo avranno le prossime elezioni regionali, se l'accordo fra Pd e Cinque Stelle potrà assumere davvero un profilo strategico, un orizzonte, una visione.
Nel frattempo, però, il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede vuol far partire la riforma della prescrizione. Dal primo gennaio. E nel programma di governo? Sì, ma di quello precedente, quando la Lega aveva ottenuto un rinvio al 2020 perché la sospensione partisse insieme all'introduzione di nuovi strumenti per sveltire i processi.
Quell'esecutivo è caduto, ce n'è un altro a suo posto, delle misure per accelerare i processi non c'è traccia alcuna, ma il ministro della Giustizia (che, come il premier, è rimasto lo stesso da un governo all'altro, da una maggioranza all'altra) non vuol saperne di nuovi rinvii, perché per lui la sospensione della prescrizione è un fatto di giustizia irrinunciabile: secondo lui, non si può dire, né prima né poi, "è scaduto il tempo del processo".
Dunque, se si comincia bisogna finire, e se per finire ci vogliono dieci, quindici, vent'anni, una vita intera, non importa. Non importa neppure che vi sia un articolo della costituzione il quale non dice: il processo va fatto comunque, costi quel che costi (che è l'opinione del ministro). No, dice piuttosto che va assicurata la ragionevole durata del processo: e come pensa di assicurarla, il ministro, se per accorciarne la durata non fa nulla, mentre sospende la prescrizione dopo la sentenza di primo grado? davvero commovente sentirgli dire, in audizione al Senato, che lui però pensa alle persone che in fondo a un'aula giudiziaria aspettano giustizia. Che uomo sensibile!
Ma un politico serio dovrebbe cominciare dal prendere atto che in prescrizione i processi non ci finiscono dopo la sentenza di primo grado bensì prima, per oltre il 70%, e ben più della metà addirittura nella fase delle indagini preliminari (dati ufficiali del dicastero retto dallo stesso Bonafede). Il ministro no: lui pensa alle persone in fondo all'aula giudiziaria, noncurante del fatto che se le prescrizioni fioccano prima, la sua riforma non riguarda il grosso delle persone in attesa di giustizia, mentre infligge a tutti gli altri un processo di irragionevole durata: il contrario esatto della previsione costituzionale.
E a proposito di noncuranza, segnaliamone altre due o tre. La prima: l'Unione delle Camere penali da sempre si scaglia contro una riforma "sciagurata". Ma si sa: sono gli avvocati, i legulei, gli azzeccagarbugli, sono quelli che si infilano nelle pieghe del processo solo per tirarla per le lunghe: del loro peloso parere il ministro potrà pure infischiarsene. Ma che dire allora di magistrati come Nicola Gratteri per i quali la questione della durata dei processi non si affronta prolungandoli indefinitamente?
Quando il Bonafede ministro del governo gialloverde avanzò la sua idea - era più o meno di questi tempi, lo scorso anno - anche i magistrati dell'Anm chiesero insieme "interventi organici e di sistema finalizzati a snellire le procedure e accelerare i processi". E dove sono oggi queste misure? Il vecchio ministro gialloverde si è distinto solo per l'introduzione di nuove figure di reato; il nuovo ministro giallorosso (che è lo stesso di prima) si trova, sulle misure per il nuovo processo penale, nella "situazione particolare di non aver avuto ancora il tempo di individuare, con la nuova maggioranza, i provvedimenti normativi".
Che infatti non sono ancora nemmeno arrivati in Consiglio dei ministri. Buona notte. Bonafede non si cura dei penalisti, non si cura di buona parte della magistratura: non si cura nemmeno dell'alleato di governo? Sentito in argomento, il vicesegretario del Pd, Orlando, ha detto l'altro giorno che la sospensione della prescrizione deve stare insieme a "una proposta che garantisce i tempi certi del processo".
E siccome questa proposta non c'è, il ministro farebbe bene a riflettere meglio sulla sua scelta. Lo farà? Oppure un ministro grillino può, con il Pd che ne cerca l'abbraccio, fregarsene altamente di quello che pensa il suo vicesegretario? Orlando ha detto pure un'altra cosa. Ha detto che purtroppo "nel nostro Paese si carica tutto di una valenza ideologica".
In effetti, che pensare di un ministro che prima rivendica la riforma sulla prescrizione come un'esigenza indifferibile, e poi tranquillizza tutti dicendo che però gli effetti si vedranno a partire dal 2024, ma forse anche dal 2027?
Il ministro che ha annunciato il carcere agli evasori come una svolta culturale (auguri!), ragiona sulla prescrizione in nome del feroce "fiat iustitia, pereat mundus" (o perisca l'imputato, in attesa che il processo si concluda), ma poi aggiunge con un filo di farisaismo: ben s'intende, fra qualche annetto. E, nel frattempo, si rimanga pure in attesa del voto umbro, della legge di stabilità, del voto emiliano e di quello campano. E di capire se questa è la politica della giustizia della nuova, strategica maggioranza giallorossa.









