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di Fabio Tonacci


La Repubblica, 28 novembre 2021

 

L'escalation di atti secessionisti del leader nazionalista serbo Dadik minaccia gli accordi di Dayton. Ma come trent'anni fa a Banja Luka sono pochi ad ammettere la crisi. All'ipotesi di un'altra guerra balcanica qui non vuol credere nessuno. E se non ci trovassimo nella Repubblica serba di Bosnia sarebbe una notizia confortante. Anche trent'anni fa, però, quando cominciarono i primi ammazzamenti dalle parti di Vukovar sul Danubio (maggio 1991) e quando i serbi di Sarajevo presero a scavare trincee nel quartiere vicino all'aeroporto (giugno 1991), da queste parti non ci credeva nessuno. Sappiamo poi come è finita: solo in Bosnia più di 100 mila morti e due milioni di profughi.

Proprio per questo va preso con estrema serietà l'ultimo report dell'Alto rappresentate Onu Christian Schmidt, garante degli accordi di pace di Dayton siglati nel 1995. Non più tardi di un mese e mezzo fa, di fronte alla ricostituzione di un esercito indipendente deciso dai separatisti serbi, Schmidt ha avvertito le Nazioni Unite che, nella complicata terra dei Balcani, "il rischio di un nuovo conflitto civile è concreto".

Eppure nella gelida Banja Luka si finge di non vedere, si nega, si parla d'altro. All'eventualità che l'escalation di provocazioni, atti e dichiarazioni secessioniste da parte del sessantaduenne Milorad Dodik, componente serbo della presidenza tripartita della Bosnia-Erzegovina, conduca a un altro conflitto non crede Bojan. È uno dei camerieri del Balkon, il più famoso e frequentato bar ristorante di Banja Luka, la capitale della Repubblica serbo-bosniaca. "Dodik è un brav'uomo e sa quello che fa, nessuno qui pensa che ci trascinerà in un altro conflitto", dice Bojan, mentre regge un vassoio con quattro bicchieri di Rakija, il distillato locale col 70 per cento di contenuto alcolico.

Sono le 5 del pomeriggio, il Balkon è pieno di giovani, avvolto da una cappa di fumo di sigaretta. Le mascherine per proteggersi dal Covid non le indossa nessuno. Un violinista suona per strada. Si va per negozi a fare shopping. La crisi diplomatica interessa poco. Che Dodik abbia incassato il supporto della Serbia e della Russia di Putin, cosa che dà sostanza e credibilità ai suoi proclami, interessa anche meno. "Se l'Ue ci darà sanzioni, proclameremo l'indipendenza e ci difenderemo da soli", afferma il leader serbo. "Se ci risponderanno minacciando l'intervento Nato chiederemo ai nostri amici, che ci hanno fatto capire che non ci abbandoneranno - di aiutarci".

Sfide e allusioni, per testare fin quanto può tirare la corda. L'analista politico ed ex diplomatico Luciano Kaluza, che si professa "di sinistra e non nazionalista", ritiene lo scontro armato una possibilità assai remota. "Bojan non è un separatista - dice a Repubblica - sta soltanto difendendo la Srpska (la Repubblica serba, l'entità a maggioranza serbo-ortodossa che con la Federazione di Bosnia ed Erzegovina, a maggioranza invece bosgnacca, compone lo Stato, ndr) dall'aggressione dei politici di Sarajevo che vogliono togliere autonomia e potere ai serbi".

A Banja Luka, capitale della Srpska, la città che durante la guerra "sapeva di kerosene", come la ricorda Paolo Rumiz nel suo libro-reportage Maschere per un massacro, si tende a minimizzare. Se non addirittura a ribaltare la lettura che fanno a Bruxelles delle manovre spregiudicate di Dodik, già presidente della Srpska (2010-2018) e leader del partito nazionalista serbo maggioritario.

Pochi giorni fa nove europarlamentari in rappresentanza di quattro partiti (Popolari, Verdi, Socialisti Democratici e i liberali di Renew) hanno scritto una lettera ai ministri degli Esteri dell'Unione per chiedere urgentemente sanzioni contro Dodik, e chiunque lo sostenga, per violazione dell'accordo di Dayton.

"Siamo indubbiamente di fronte alla più seria crisi politica dai tempi della fine del conflitto", scrivono. "Il boicottaggio alla legge che punisce i negazionisti del genocidio e dei crimini di guerra, la creazione di un esercito autonomo della Repubblica Serba e le esercitazioni paramilitari vicino a Sarajevo dimostrano che Dodik sta portando avanti la sua agenda separatista, con il supporto indiretto di Serbia e Russia e nell'assenza di risposta da parte dell'Unione Europea". La Commissione, sulla questione Bosnia, continua a essere afona.

Dodik paventa la secessione da almeno 15 anni, però a questo giro alle parole hanno cominiciato a seguire i fatti. La temperatura si è alzata quando quest'estate l'Alto rappresentante Onu ha imposto, nell'ordinamento normativo bosniaco, un emendamento che punisca i negazionisti del genocidio di Srebenica (8.000 civili massacrati), ordinato dal criminale di guerra Radko Mladic nel 1995 e tuttora messo in discussione da una parte dei nazionalisti serbi.

"C'è chi sostiene che non sia mai avvenuto e che le vittime erano già morte prima - spiega l'analista di Ispi Giorgio Fruscione, che segue da anni il quadrante dei Balcani - altri dicono che le cifre dei morti sono molto inferiori, altri ancora che è stata solo una normale operazione militare".

La legge sul negazionismo è stata il pretesto per Dodik per riaffermare la dannosità del cappello Onu, annunciare la messa al bando della magistratura, delle forze di sicurezza e dell'intelligence bosniache, e avviare così l'escalation. Non prima, però, di essersi incontrato l'11 ottobre a Belgrado con il ministro degli Esteri Serghej Lavrov in occasione del summit dei Paesi non allineati. Il 20 ottobre è la data dell primo atto concreto: l'assemblea dell'entità serba approva la creazione di un'agenzia per l'approvvigionamento dei medicinali. Autonoma, separata dal resto delle istituzioni, serb only. "Non voglio la guerra e non voglio la secessione", va ripetendo Dodik. "Ma l'autorità dei serbi deve rimanere ai serbi".

Vojin Mijatovic, che nell'assemblea di Banja Luka siede sui banchi dell'opposizione in quanto membro dei Social-democratici, conosce bene Dodik. Non foss'altro perché ne è stato il braccio destro per anni, prima di rompere. "Quell'uomo è uno dei più ricchi d'Europa - dice oggi - non vuole la guerra. Il suo vero intento è un altro: coprire più di vent'anni di malefatte, per evitare di essere arrestato".