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di Lorenzo Lamperti

La Stampa, 2 marzo 2025

“È giunto il momento di stabilire una legge che definisca qualsiasi persona o gruppo che pianifica o cospira per creare un movimento estremista, causare caos e insicurezza nella società, provocare conflitti con altri Stati e tentare di rovesciare il governo legittimo, come terroristi”. Così ha parlato Hun Sen, il “leader eterno” della Cambogia, lo scorso 7 gennaio durante le celebrazioni per l’anniversario della “vittoria sul genocidio”. Tradotto: la caduta del regime di Pol Pot. Quello stesso 7 gennaio, a Bangkok, Lim Kimya è stato ucciso a colpi di pistola da un sicario a bordo di una motocicletta. La vittima era uno dei leader dell’opposizione e Mu Sochua, presidente dello Khmer Movement for Democracy e candidata al Nobel per la pace nel 2005, lo conosceva bene. “Era un collega e un amico che ha sempre lottato per la giustizia. Nelle settimane precedenti al suo assassinio, ha continuato a spingere per il cambiamento, denunciando il governo sui social media per l’assalto all’opposizione. Il regime lo vedeva come una minaccia”, dice a Specchio Mu Sochua, una delle principali figure dell’opposizione cambogiana ed esiliata da anni all’estero. “Anche dove vivo, negli Stati Uniti, mi preoccupo della mia sicurezza. Gli sforzi del regime per mettere a tacere i critici non hanno limiti”.

Lo spazio per il dissenso si è via via sgretolato negli ultimi anni. Al potere dal 1985, Hun Sen ha operato una stretta a partire dal grande spavento del 2013, quando alle elezioni fu quasi sconfitto da Sam Rainsy. Da allora decise che non poteva più mettere a rischio la sua posizione, soprattutto mentre iniziava a programmare la successione col figlio Hun Manet, poi avvenuta dopo le elezioni del 2023. Ma, nel frattempo, l’opposizione è stata di fatto sradicata.

Il Candlelight Party è stato estromesso dal voto con la scusa di problemi burocratici. I due leader rivali erano già stati messi fuori gioco. Kem Sokha è stato condannato nel 2022 a 27 anni di carcere per tradimento: l’accusa è quella di aver organizzato un presunto complotto per rovesciare il governo. Rainsy si trova invece in autoesilio all’estero e non potrà candidarsi per altri due decenni. Il Partito popolare ha conquistato il 96% dei seggi dell’Assemblea nazionale, col restante 4% a una forza monarchica che non ha mai messo in discussione la leadership. “Questo esercizio elettorale testimonia l’incrollabile resistenza della democrazia cambogiana, dimostrando l’impegno del Paese a sostenere i principi democratici e a promuovere la partecipazione politica”, hanno commentato nei giorni successivi i media statali. E agli scettici di una successione dinastica quasi in stile nordcoreano, sono stati citati i precedenti dei Bush negli Stati Uniti o dei Lee a Singapore.

Dopo il passaggio formale del potere al figlio, Hun Sen è comunque rimasto presidente del Senato, ruolo da cui pare deciso a eliminare ogni possibile rischio per l’erede, prima di ritirarsi. Negli ultimi mesi, la stretta sui diritti si è estesa al di là dello spettro politico. A luglio, 10 membri di un gruppo ambientalista cambogiano, Mother Nature Cambodia, che si battevano contro i progetti infrastrutturali distruttivi e la presunta corruzione, sono stati condannati a sei anni di carcere con l’accusa di cospirazione contro lo Stato.

A novembre, è finito in manette anche Ouch Leng, il più celebre degli attivisti climatici del Paese. Nei mesi precedenti, lui e i suoi collaboratori avevano documentato più volte un aumento della deforestazione illegale all’interno del Parco nazionale Veun Sai-Siem Pang, situato vicino a una concessione economica di terreni. Arrestato e poi rilasciato su cauzione anche Mech Dara, giornalista di fama mondiale che ha documentato il business dei centri delle truffe online che si sono moltiplicati in Cambogia, spesso con la connivenza di politici locali e nazionali.

Il governo nega il coinvolgimento nell’omicidio di Lim Kimya, dopo aver catturato il presunto colpevole, un ex ufficiale della marina thailandese. “Se fosse stato il governo a orchestrare l’assassinio, per quale ragione avremmo arrestato il killer e poi inviato in Thailandia?”, ha chiesto Hun Manet. Di certo, non mancano i casi di repressione transnazionale. Nei mesi scorsi, una donna cambogiana residente in Malaysia è stata estradata dopo aver pubblicato post sui social in cui definiva il premier un “essere spregevole”. Non si tratta del primo caso. “Ogni volta che una persona viene espulsa o arrestata per i suoi commenti sui social media, che un giornalista viene detenuto per i suoi servizi o che un membro dell’opposizione viene ucciso, noi ci rivolgiamo ai politici di tutto il mondo per ricordare loro perché la nostra è una lotta a cui devono partecipare”, dice Mu Sochua.

Con il passaggio di poteri da Hun Sen al figlio, però, l’attenzione globale sui diritti dei cambogiani pare essersi ridotta. Dopo la nomina, Hun Manet è stato in visita in diversi Paesi occidentali, tra cui la Francia. “L’attuale risposta della comunità internazionale non è efficace. Se lo fosse, i cambogiani di tutto il mondo potrebbero tornare a casa. Continueremo a chiedere di rispettare gli impegni assunti in passato, come l’Accordo di pace di Parigi del 1991 o la Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti umani”, dice Mu Sochua.

Tra chi lavora per unire gli oppositori cambogiani all’estero, c’è anche Samady Ou, fellow della Human Rights Foundation Freedom. “La parte più difficile è sempre la prima volta che tu o la tua famiglia siete minacciati. Non si sa cosa fare o a chi rivolgersi. È la comunità che ci aiuta a resistere”, dice. “Sapere che altri hanno affrontato la stessa cosa e l’hanno superata, che la paura è solo una tecnica che funziona se le si lascia modo di farlo. I social sono importanti per diffondere il messaggio che questa comunità esiste, aiutano a unire i gruppi della diaspora in tutto il mondo”. D’altronde, spiega Mu Sochua, “la sfida principale è rimanere uniti anche di fronte a piccole differenze. Se ci si blocca sulle questioni più piccole, si dimentica il terreno comune ed è questo che vuole chi governa”.

Nel frattempo, il governo di Hun Manet sta provando a darsi un volto business friendly, in modo da attrarre investitori internazionali, oltre ai turisti che giungono nel Paese per visitare luoghi celebri come il tempio di Angkor Wat. Il figlio del leader eterno ha studiato a New York e Bristol con un dottorato in economia, prima di tornare in madrepatria e fare carriera nelle forze armate.

Il principale partner resta sempre la Cina, che tra le altre cose sta finanziando il nuovo canale Funan Techo, destinato a deviare il corso del Mekong per creare un nuovo sentiero commerciale. Phnom Penh spera che il canale riduca i costi di spedizione delle merci verso l’unico porto d’alto mare del Paese, Sihanoukville, e riduca la dipendenza dal Vietnam. Il canale dovrebbe entrare in funzione nel 2028 con due corsie e una larghezza di cento metri. E la sua destinazione finale sarebbe non lontana dalla controversa base navale della marina cambogiana di Ream, dove i lavori di ammodernamento finanziati dalla Cina stanno per essere completati.

In alcune zone della Cambogia si teme invece per la sicurezza di bambini e agricoltori, dopo che la sospensione degli aiuti esteri decisa da Donald Trump ha bloccato le operazioni di sminamento degli ordigni inesplosi retaggio di una guerra le cui ferite non si sono ancora rimarginate. Ma questa è un’altra storia. O, forse, non del tutto.