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di Annalisa Cuzzocrea

La Repubblica, 20 marzo 2026

Davvero si vuole questo inferno? Una sera di settembre di qualche anno fa Sergio Staino - che oggi manca moltissimo - mi raccontò una storia. Disse di un giorno in cui era andato a vedere “La Tempesta” di Shakespeare rappresentata dai detenuti del carcere di Arezzo: uno spettacolo superbo, un’interpretazione commovente, che lo aveva fatto piangere. Solo che, quella sera, piangevano anche i detenuti. Si era appena insediata un’amministrazione che aveva tagliato tutte le iniziative culturali a loro dedicate. Sergio raccontava questa storia per dimostrare che la politica conta.

Conta quello in cui credi, e quello che voti. Mi è rivenuto in mente dopo aver letto che il bellissimo progetto “Adotta uno scrittore”, un’iniziativa del Salone del libro di Torino che da quindici anni faceva incontrare liceali e detenuti nel carcere di Saluzzo, è stato vietato. E che anche ad Asti uno spettacolo teatrale preparato da detenuti e studenti delle superiori è stato interdetto ai ragazzi. Mentre a Roma, il Teatro Libero di Rebibbia - protagonista di quel “Cesare deve morire” dei fratelli Taviani vincitore di un Orso d’Oro a Berlino - incontra sempre più ostacoli. Ai detenuti del circuito di alta sicurezza non è più concesso di fare le prove.

Agli studenti, di andarli a vedere. C’è una circolare del Dap - ministero della Giustizia - che accentra le decisioni, respinge i progetti, blocca gli accessi. Ostacola tutto quello che nelle carceri sovraffollate e incattivite porta luce, cultura, speranza. Fabio Cavalli, regista e cofondatore del Teatro Libero, che più di tutti segue la vicenda, ha detto: “Ho conosciuto duemila detenuti, la loro recidiva è passata dal 65 al 15 per cento”.

Salvatore Striano, uno di quei detenuti, protagonista di film come “Gomorra”, ha raccontato di quando la recitazione è entrata nella sua vita. Aveva sbagliato, i suoi genitori erano morti, un ergastolano gli buttò dentro la cella un copione: “Napoli Milionaria” di Eduardo De Filippo. Striano doveva interpretare donna Amalia, lo fece ricordando le movenze di sua madre. “L’ho messa dentro di me”. Aveva la terza elementare, cominciò a studiare al mattino e a recitare al pomeriggio. Senza quel laboratorio, sarebbe morto.

Quanti Striano oggi potrebbero salvarsi e non lo faranno? Lui nell’intervista di Federica Olivo dice: “Se ci tolgono questa roba, condannano di nuovo quelli come me, che dentro hanno qualcosa che li può salvare. Nelle carceri c’è affollamento solo di criminali, intorno c’è il deserto. Togliere il teatro significa farli diventare feroci”.

Fa questo l’arte: cura. E la cura dovrebbe essere parte della detenzione. Spero che il ministero ci ripensi, che non sia un’intenzione, rendere crudelissimi e senza speranza luoghi che lo sono già troppo. Fare delle carceri un inferno non ci protegge, è il contrario. Lo dicono le statistiche che il ministero conosce. E che, incomprensibilmente, non sembra voler considerare.