sito

storico

Archivio storico

                   5permille

   

di Paolo Foschini

Corriere della Sera, 3 settembre 2024

Parla Ornella Favero, direttrice di Ristretti Orizzonti: allarme suicidi e condizioni in cella insostenibili: “Non avevo mai vissuto un periodo così terribile per la desolazione e la mancanza di fiducia”. “Oggi in galera soprattutto poveri e disagiati, servono pene diverse dalla prigione come vendetta”. Sicurezza e calo dei reati si ottengono con l’apertura: “Più Terzo settore, più volontari, più telefonate”. Ornella Favero è la direttrice di Ristretti Orizzonti, rivista che con 184 numeri realizzati finora dagli ospiti del “Due Palazzi” di Padova costituisce da 26 anni un punto di riferimento e in fondo un modello - oltre che un archivio preziosissimo di dati e notizie sull’universo carcerario - per i tanti periodici prodotti da detenuti e detenute, quasi sempre con l’aiuto determinante del volontariato, tra istituti di pena e case circondariali d’Italia: in tutto 190 strutture con una capienza di 51mila ospiti ma che ne contengono attualmente oltre 61mila, più 3imila agenti, e in cui finora quest’anno si sono suicidati in 67 tra i primi e sette tra i secondi.

Con rivolte sempre più frequenti anche nei minorili, l’ultima pochi giorni fa di nuovo al Beccaria di Milano. E insomma Ornella Favero rappresenta un punto di vista qualificato e una memoria storica importante. E dice: “Sì, ne ho viste parecchie. Tuttavia un periodo così drammatico, per numeri ma soprattutto per desolazione e assenza di speranza, non lo avevo vissuto mai”.

Eppure per l’Italia il carcere come buco nero della società non è un fatto nuovo: nel 2012 il nostro Paese era stato condannato dall’Europa addirittura per tortura….

“Senza dubbio. Ma è cambiata la popolazione carceraria. Anni fa la maggior parte di quanti finivano in galera lo aveva messo in conto, diciamo così, per la propria scelta di vita. Persone che la galera “sapevano farsela”, come si diceva una volta, e in qualche modo preparate. Oggi a finire dentro non sono più i criminali di mestiere. Oggi siamo di fronte a una detenzione sociale, con tanto disagio mentale, tanta povertà. E, posto che la galera attuale non è una risposta praticamente per nessuno, per queste persone lo è meno che mai”.

Come ci si è arrivati?

“A forza di indirizzare le risorse non sulla soluzione dei problemi ma costruendo il mito della sicurezza. E a forza di insistere, fino ad averne fatto oggi un profilo della cultura generale, sull’idea che la pena debba infliggere sofferenza. In altre parole che debba essere non una via di ricostruzione e reinserimento, come vorrebbe la Costituzione, ma semplicemente una vendetta. Su questo soffia la politica di chi oggi comanda, in Italia e non solo. E questo purtroppo è il vento che tira tra la gente. Come dire: più la pena è cattiva, più li facciamo star male là dentro, e più noialtri qua fuori stiamo sicuri. Ma è una illusione. E su questo anche l’informazione ha importanti responsabilità”.

E le misure del Governo?

“Non ce n’è neanche una che punti a ottenere un miglioramento immediato”.

Cosa sarebbe possibile?

“Per la prevenzione dei suicidi una cosa sarebbe facilissima e a costo zero: fateli telefonare a casa”.

Non è appunto una delle misure annunciate?

“Ma va. Hanno sbandierato l’aumento delle telefonate, sempre pochi minuti al mese intendiamoci, come novità: in realtà resta nella discrezionalità dei direttori come prima. Gli fosse almeno data come disposizione precisa. Per non parlare della chiusura delle celle disposta ormai più di un anno fa con la media sicurezza. Una catastrofe”.

Altro che si potrebbe fare?

“In Italia ci sono ottomila persone detenute con un residuo di pena sotto un anno, altrettante sotto i due, complessivamente circa ventimila sotto i tre anni: tutte persone che, senza bisogno di alcuna riforma, potrebbero accedere a misure diverse dal carcere”.

Metterle fuori tutte?

“Le risorse dovrebbero essere indirizzate ad accompagnare fuori loro, non a metterne dentro altre. Dico accompagnarle, non a caso: la maggior parte, come dicevo prima, sono sole. E da sole, quando usciranno, torneranno alla stessa identica vita che le aveva portate dentro”.

Siamo sempre lì: e se le risorse non ci sono?

“Una c’è. È il Terzo settore. Basterebbe non ostacolarlo. Rendere l’ingresso dei volontari in carcere molto più ampio di quanto già sia oggi. E formarli. E indirizzarli, aggiungo, sempre di più a interventi accanto a chi esce, non solo a chi è dentro. La sicurezza si ottiene aprendole, le carceri, non il contrario”.

Speranze?

“I giovani. Quando andiamo nelle scuole a parlare con loro, quanto vedo le loro facce ascoltare le nostre storie anziché la televisione, mi si riaccende l’ottimismo”.