di Giuseppe Spadaro*
Il Domani, 6 marzo 2024
La giustizia penale minorile italiana - considerando che in Europa si è guardato al nostro sistema come ad un modello da seguire - forse non meritava le involuzioni normative recenti, che rischiano di riportaci indietro almeno di qualche decennio nella storia giuridica del nostro Paese. A partire almeno dal 1988, con l’entrata in vigore del codice di procedura penale minorile, l’Italia aveva scelto un’altra via dove “ragazzi dentro”, ovvero la risposta detentiva, era considerata l’extrema ratio.
In direzione almeno parzialmente diversa, invece, va il recente intervento del Legislatore - il cosiddetto decreto Caivano - che ha apportato modifiche rilevanti in tema di prevenzione della violenza giovanile. Un primo vaglio dei suoi effetti si ricava dal Settimo Rapporto sulla giustizia minorile in Italia presentato dall’associazione Antigone, che è stato divulgato all’indomani delle cerimonie di inaugurazione dell’anno giudiziario che, in molti Distretti, hanno posto l’attenzione proprio alla persistente gravità del fenomeno dei giovani e giovanissimi autori di reato.
Gli ingressi in istituti penitenziari minorili risultano in netto aumento con 1.143 casi nel 2023, la cifra più alta negli ultimi quindici anni e la presenza oggi è fatta soprattutto di ragazzi minori d’età e la fascia anagrafica più rappresentata è quella dei 16 e 17 anni. Inoltre, i ragazzi entrati in IPM in misura cautelare sono 340 nel gennaio 2024, mentre erano 243 un anno prima. Altro effetto del decreto citato - aggiunge l’associazione Antigone - “è la notevole crescita degli ingressi in IPM per violazione della legge sugli stupefacenti, con un aumento del 37,4% in un solo anno”.
Il rischio - Data questa tendenza, non può sfuggire che siamo di fronte al rischio che sia messo in discussione un sistema penale che, secondo la normativa nazionale e sovranazionale, negli ultimi decenni ha in ogni modo posto al centro i giovani e i giovani adulti autori di reato cercando di costruire, per loro e per la collettività, un futuro diverso e lontano dagli eventi delinquenziali.
Fatalmente, quando riemerge questo bisogno sociale di punire, si sa, che a farne le spese per primi sono sempre i più giovani, soprattutto se più fragili ed esposti. Infatti, le loro trasgressioni ed i loro agiti devianti sono quelli più facili da stigmatizzare e più facilmente visibili, del resto il loro calcolo dei rischi è grossolano così come il loro bisogno di violare norme e consuetudini. Dunque, è probabilmente più facile perseguirli e punirli in quanto rappresentazione più evidente di minaccia e di disagio per la società.
L’emergenza è educativa, ma ancora più allarmante è la cecità delle istituzioni e della società tutta, che vede questi ragazzi come nemici da neutralizzare e non come risorse. E che soprattutto non si rende conto che il fenomeno è il frutto della sua stessa indifferenza e dell’emarginazione sociale che contribuisce ad alimentare ogni giorno, dai gesti più piccoli a quelli più eclatanti. E la risposta non può essere solo repressiva. Non per individui adulti e formati, figurarsi per gente che ha ancora “tutto” da costruire.
Baby gang - Una ricerca del Dipartimento di Scienze Giuridiche di Bologna ci avverte di prestare attenzione anche al ruolo determinante che negli ultimi anni stanno giocando i media nel dare visibilità al fenomeno delle “baby gang”: “Definire così pressoché ogni episodio conflittuale nello spazio pubblico in cui sia coinvolto più di un giovane, contribuisce a creare un clima sociale di intolleranza verso il problema e non aiuta alla sua comprensione”. Lo studio dimostra che la violenza minorile va trattata come una espressione di richieste di spazio, di identità, di visibilità a cui il mondo degli adulti e le istituzioni non stanno fornendo risposte adeguate.
Un’acquisizione irrinunciabile della giustizia minorile è considerare la punizione mai avulsa da un contesto educativo positivo, e soprattutto come uno spazio, un tempo ed un’opportunità per il giovane di cambiamento, innanzitutto dall’agire al pensare. Condizione per cogliere realmente la possibilità di essere capace, in qualche modo, di riparare il danno fatto; di sentirsi responsabile dei propri agiti e di potersi attenere alle regole di convivenza vissute non solo come un’imposizione priva di significato.
Tutti abbiamo commesso errori nella nostra vita e dalle punizioni subite ne abbiamo tratto vantaggio; ma quando siamo stati messi in grado di ricrederci e di intraprendere percorsi di vita diversi, di comprendere le conseguenze negative dei nostri errori e abbiamo avuto la possibilità di constatarle attraverso l’incontro con la sofferenza provocata, ne siamo usciti persone migliori.
*Presidente del Tribunale dei minori di Trento










