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di Irene Famà

La Stampa, 10 agosto 2024

Negli anni 70 era l’unico in quel penitenziario: “Non dimentico gli odori e le armi. Ai miei figli non l’ho mai detto. Tornare a casa è stato ancora più terribile, non ero pronto al mondo. Da allora soffro di depressione”. “Ero in carcere ed ero solo un bimbo. Eppure mi sentivo colpevole. Avevo detto una bugia, nascosto una bicicletta. E i miei genitori erano finiti in cella. Entrambi. Papà e mamma. E io con lei”. Detenuto bambino, ha trascorso dietro le sbarre dai due ai quattro anni e mezzo. Quell’infanzia rubata la ricorda in maniera nitida. Ancora oggi, sulla cinquantina, ha impressi i rumori, gli odori, le paure. E quelle armi che “tanto mi spaventavano”. Il nome preferisce non renderlo pubblico. E pure questo racconta tanto della sua storia. “Nemmeno i miei figli sanno ciò che ho passato. Non sanno nulla”.

Perché? Prova un senso di vergogna?

“Per tutelarmi. E tutelarli. Sono adolescenti, non credo capirebbero a pieno ciò che si prova a stare in cella da piccoli. Poi è anche una sorta di esorcizzazione”.

Cerca di dimenticare?

“Non solo. Non vorrei che quanto successo a me capitasse a loro. La verità è che non dovrebbe subirlo nessun bambino”.

Si ricorda il giorno dell’arresto di sua madre?

“Erano gli Anni 70. In casa nostra ci fu un blitz delle forze dell’ordine. Portarono via tutti, misero me e i miei fratelli in una sorta di casa d’accoglienza gestita dalle suore. Ero convinto che mamma e papà fossero stati uccisi”.

E il giorno del suo di “arresto”?

“Ho due immagini ancora molto chiare in mente. I mitra degli agenti che facevano avanti e indietro sul muro di cinta. E una scala”.

Una scala?

“Era lunghissima. Collegava il portoncino di ingresso alla sezione in cui mia madre era reclusa. C’erano le luci al neon, un colore verde scuro. E tanti rumori”.

Aveva un lettino?

“Sì, piccolo. Tutto per me. Ma proprio lì accanto c’erano le sbarre e io preferivo dormire con mia madre. Facevo tante domande su dov’eravamo e perché”.

Otteneva risposte?

“Mamma mi raccontava che papà, in realtà detenuto in carcere a Novara, stava male. Diceva che era in un posto per curarsi e che noi non potevamo rimanere soli. Sapevo che la realtà era un’altra. Me ne accorgevo. Quei rumori e quegli odori erano molto lontani dalla storia che lei mi propinava”.

Gli odori ha detto di non poterli dimenticare. Prova a descriverceli?

“Permettevano di distinguere il dentro dal fuori. Quando in carcere arrivava qualcuno dall’esterno, c’erano uno spostamento d’aria. E arrivava un odore buono, quasi di lavanda”.

Chi finisce in carcere, è accusato di qualche cosa. Lei, invece, è finito dietro le sbarre senza colpe.

“Io sono entrato in carcere convinto di aver fatto arrestare i miei genitori per una marachella che avevo combinato. Mi spiegarono che non era così. E allora iniziai a provare una forte ansia”.

Per cosa?

“Per l’attesa. Vana. Avevo paura che qualcuno, da un giorno all’altro, arrivasse e mi portasse lontano dalla mamma. Poi il tempo non scorreva mai, ero sempre solo”.

Non c’erano altri bambini con lei?

“All’epoca, nel penitenziario di Alessandria, ero l’unico. Intorno ai quattro anni, poi, sono stato trasferito”.

Dove?

“Adesso si chiama Icam, che poi è l’istituto di custodia attenuata per le detenute madri. Negli Anni 70 era un po’ diverso”.

In cosa?

“Era una struttura vicino al carcere. C’erano altri bambini, lì. Ma non c’era la mamma. E a me non piaceva. L’idea era quella di farci socializzare con altre persone, ma io non ero abituato. Il mio mondo era semplice”.

Da chi era composto?

“Da mio padre, mia madre, i miei fratelli. E i poliziotti. Dividevo tra buoni e cattivi”.

Chi erano i buoni?

“La mia famiglia, ovviamente. E gli agenti che vedevo intorno a me ogni giorno”.

E i cattivi?

“Quelli che avevano arrestato i miei genitori”.

La scarcerazione quando è arrivata?

“Avevo quasi cinque anni. E non ero pronto per il mondo reale. Sa qual è stato il momento peggiore”.

Mi dica...

“Quando i miei genitori sono stati dichiarati estranei alle accuse e siamo tornati a casa”.

Non ha provato sollievo?

“Al contrario. Pensavo che tutti mi guardassero, che mi considerassero “diverso”. Un bambino detenuto non è abituato al mondo reale e non ha gli strumenti per affrontarlo. Un esempio semplice: avevo sempre visto mia madre indossare la divisa del carcere. Ma una gonnellona, di quelle che andavano di moda all’epoca”.

Nessun senso di libertà?

“È stato terribile. Quando i miei amici descrivevano i loro ricordi, io mi rendevo conto che non ne avevo. Non avevo mai fatto il bagno con i miei fratelli, non avevo trascorso week-end al mare o in montagna. Le mie “mete turistiche” erano i muri grigi, altissimi, del carcere”.

Con sua madre parlate ancora oggi di quel periodo?

“No, preferiamo non parlarne più. Ce lo teniamo dentro. Mi creda, l’infanzia in cella è qualcosa che ti condiziona per il resto della vita”.

La sua, come l’ha condizionata?

“Da quando ho undici anni soffro di depressione. E quel senso d’ansia, di paura, resta ancora lì. I danni non si contano mentre il neonato è in cella, ma dopo. Quando finisce il suo periodo di “detenzione”. Su questo bisogna ragionare. E bisogna intervenire”.