di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 1 agosto 2026
I due partiti votano no alla riforma (con pochi fondi) per trasferire i tossicodipendenti in comunità, mentre a Bancali un detenuto muore tra le fiamme. Nella notte tra giovedì e venerdì un detenuto sardo è morto bruciato in una cella del reparto sanitario del carcere di Bancali, a Sassari, in un incendio che secondo le prime ricostruzioni avrebbe appiccato lui stesso. Quarantotto ore prima, a Montecitorio, era arrivato il via libera definitivo alla legge che dovrebbe portare fuori dal carcere i detenuti tossicodipendenti per curarli in comunità. Due fatti che non si sfiorano e che invece dicono la stessa cosa: un sistema che produce disperazione e una politica che risponde con norme senza soldi.
L’uomo si trovava da tempo nel Sai, il reparto di assistenza intensiva destinato ai ristretti con patologie gravi. Secondo la ricostruzione del Sappe ha chiuso il blindo della cella, ha ostruito l’ingresso e ha dato fuoco al letto e alle suppellettili, forse con un accendino e dell’olio. Quando gli agenti sono riusciti a entrare si era già rinchiuso in bagno, dove è morto per le esalazioni e le ustioni. Sui feriti le versioni non coincidono: le agenzie parlano di cinque poliziotti penitenziari intossicati e leggermente ustionati, il Sappe ne conta nove. Sono finiti al pronto soccorso del Santissima Annunziata dopo essere entrati in una cella diventata una camera a gas, senza l’equipaggiamento di chi spegne gli incendi per mestiere. La procura di Sassari ha aperto un fascicolo, indagano i carabinieri.
Irene Testa, garante delle persone private della libertà della Regione Sardegna, ha messo la questione dove va messa. “Dove può arrivare il grado di disperazione di una persona privata della libertà? La politica si interroghi”, ha scritto in una nota. Per Testa “ogni morte in carcere è una sconfitta dello Stato”. L’Uspp, dal versante di chi quella notte ha respirato il fumo, chiede la stessa cosa con parole diverse: “Il personale ha bisogno di stabilità organizzativa, procedure chiare, organici adeguati e strumenti efficaci per poter operare in sicurezza”.
Ventimila detenuti, cinquecento posti - Come è noto, il 29 luglio la Camera ha dato il via libera definitivo al disegno di legge Nordio-Schillaci sulla detenzione domiciliare per i detenuti tossicodipendenti e alcoldipendenti: 153 voti favorevoli, 42 contrari, 82 astenuti. Il testo introduce nel Testo unico sugli stupefacenti due strumenti nuovi. Il primo consente di scontare in comunità terapeutica o in un luogo idoneo una pena, anche residua, fino a otto anni, che scendono a quattro quando nel titolo esecutivo compaiono reati ostativi, con l’eccezione della rapina e dell’estorsione aggravate. Il secondo permette di definire il processo con una richiesta simile al patteggiamento, che non riguarda lo sconto di pena ma il modo di scontarla. Per la maggioranza, ha spiegato Simonetta Matone, l’obiettivo “non è svuotare le carceri ma evitare che chi delinque, se tossicodipendente, ci torni”.
Il ministro della Giustizia ha parlato di “un provvedimento epocale perché consente la detenzione alternativa di almeno 10mila persone, tossicodipendenti che hanno commesso reati e che noi abbiamo sempre considerato principalmente malati da curare piuttosto che criminali da punire”. In serata, da via Arenula, è arrivata la precisazione che ridimensiona tutto: la quantificazione in diecimila “è evidentemente di prospettiva pluriennale”, mentre la copertura finanziaria per il 2026 “è pari a 500 unità”.
Il fondo vale poco più di 19 milioni di euro l’anno, cinque dei quali recuperati abrogando un’analoga voce di spesa del decreto carceri del 2024. L’analisi allegata al disegno di legge stima in 14.583 i detenuti già reclusi che potrebbero rientrare nella misura, ai quali se ne aggiungono oltre ottomila che potrebbero accedervi dalla libertà. I posti nelle comunità terapeutiche sono 13.276, quasi tutti gestiti da privati e in larga parte già occupati. Patrizio Gonnella, presidente di Antigone, ha fatto il conto con la calcolatrice: “il costo medio di una persona in comunità è di circa 100 euro al giorno e, al netto della previsione finanziaria di poco meno di 20 milioni di euro, i soggetti beneficiari potrebbero essere meno di 600”. Sul numero del ministro è netto: “Da dove arrivi questo numero non è dato saperlo”. Samuele Ciambriello, garante campano e portavoce dei garanti territoriali, avverte che “una legge non cammina con le buone intenzioni” e che senza risorse, personale sanitario e potenziamento dei servizi “questa riforma rischia di rimanere del tutto inapplicata”.
In aula il passaggio più duro è arrivato da Roberto Giachetti, di Italia Viva, che ha sciorinato i numeri del sovraffollamento aggiornati al 24 luglio citando l’articolo de Il Dubbio. “Anche se sancisce un principio che condividiamo, questo provvedimento rappresenta solo l’ennesimo spot della maggioranza: non inciderà minimamente sul dramma del sistema carcerario”, ha detto. “Il ddl è il nuovo disco per l’estate, la versione rinnovata dell’annuale specchietto per le allodole”. Poi il calcolo che smonta l’annuncio: “I detenuti tossicodipendenti sono 19.755 e circa 13.277 i posti letto nelle comunità terapeutiche, in gran parte occupati. Dove possono essere messe eventuali altre migliaia di persone senza investimenti? La dipendenza va curata e non scontata senza percorsi di cura individualizzati”.
Su una linea vicina, con esito diverso, Pd e Avs, che si sono astenuti per dire che il principio va bene ma i soldi non ci sono. Debora Serracchiani ha ricordato che i detenuti sono 64.645 a fronte di 46.242 posti realmente disponibili, quasi il 140 per cento di affollamento, e che da inizio anno si contano 24 suicidi. Devis Dori, di Avs, è stato più esplicito: “Far scontare la pena a certe condizioni a un tossicodipendente fuori dal carcere è giusto e noi lo chiedevamo da tempo”, ma “ci asteniamo nel voto finale perché la legge non prevede stanziamenti. Senza soldi all’incirca solo 500 su circa 20mila tossicodipendenti attualmente detenuti potranno realmente lasciare il carcere”.
Quando i populisti si ritrovano - I 42 voti contrari sono la parte più istruttiva della giornata. Non sono arrivati da chi giudica la legge troppo timida, ma da chi non ne vuole l’impianto: il Movimento 5 Stelle e Futuro Nazionale, il partito di Roberto Vannacci. La Lega, va detto, ha votato a favore insieme al resto della maggioranza. Valentina D’Orso, per i 5 Stelle, ha descritto i futuri beneficiari come “persone potenzialmente assai pericolose che usciranno dal carcere e andranno in strutture senza alcuna vigilanza e controllo”, arrivando all’esempio del “black bloc che in Val di Susa spacca la testa al poliziotto” che potrebbe finire in comunità dimostrando di essere tossicodipendente. Il partito di Vannacci, dopo che era stato dichiarato inammissibile un suo emendamento pensato sul caso del gioielliere di Cuneo, ha liquidato la riforma con una formula da titolo di libro: “È il Mondo al contrario. Si dice che il tossicodipendente o l’alcolista che fa una rapina può avere diritto alla detenzione domiciliare, ma chi esce e si difende non può beneficiarne”.
Due forze che stanno su fronti opposti dello schieramento e che sul carcere parlano la stessa lingua, quella per cui ogni uscita dalla cella è un cedimento. È la lingua che nel 2018 tenne insieme Lega e 5 Stelle nel governo gialloverde, e che oggi lavora come zavorra dentro le due coalizioni: la maggioranza deve fare i conti con chi la accusa di buonismo da destra, l’opposizione con chi le impedisce di dirsi apertamente per la decarcerizzazione. Il risultato è una legge che tutti dicono giusta e che quasi nessuno ha voluto finanziare, perché mettere soldi sulle comunità terapeutiche significa spiegarlo agli elettori. Nel frattempo restano le carceri come Bancali, dove la disperazione trova la strada di un accendino e gli agenti entrano nel fumo senza maschera.










