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di Ilaria Beretta

Avvenire, 12 novembre 2024

Strutture sovraffollate con sporcizia per terra e materassi dove si annida pure la scabbia. Cosi gli Ipm, a lungo fiore all’occhiello del sistema penitenziario italiano, si sono trasformati in una bomba ad orologeria. “Una delle comunità più abbandonate del nostro Paese”. È così che don Domenico Cambareri definisce gli istituti penali per minorenni (Ipm), a lungo considerati fiore all’occhiello del sistema italiano e un esempio a livello globale. Don Domenico non parla per sentito dire ma per quello che vede: dal 2020 è cappellano di uno dei 17 Ipm italiani, il Pietro Siciliani di Bologna, che recentemente ha raccontato anche in un libro per San Paolo dal titolo “Ti sogno fuori. Lettere da un prete di galera”.

“A Bologna al momento sono reclusi 44 ragazzi, nei mesi scorsi siamo arrivati anche a 50, e in teoria - spiega Cambareri di ritorno da una giornata all’istituto - la capienza massima sarebbe di 40 unità. La differenza sembra poca cosa, soprattutto rispetto ai numeri delle carceri per adulti, ma non lo è: il personale degli Ipm è ai minimi termini (noi, per esempio, siamo sette) e basta che ci siano due o tre ragazzi in più per sbilanciare gli equilibri. Per capirlo bisogna pensare agli Ipm non come a delle carceri ma come a degli istituti scolastici in cui ogni giovane viene seguito da diverse figure: l’educatore, lo psicologo, l’insegnante.

Se il loro numero non cresce ma aumentano i ragazzi da seguire ovviamente l’impatto è significativo e si perde la dimensione educativa con cui sono state create queste strutture. E poi saltano le opportunità formative, di inserimento lavorativo e di ascolto, perché il personale in affanno riesce a garantire solo il disbrigo delle pratiche burocratiche”. Eppure anche negli Ipm il sovraffollamento - denunciano i dati dell’ultimo rapporto stilato da Libera con il Gruppo Abele - è al 110% con 569 minori reclusi a fronte di 516 posti disponibili e appena cinque strutture che rispettano la soglia di capienza massima.

Ma stipare più adolescenti del dovuto nelle celle “in condizioni igieniche - aggiunge il don - aberranti, con muri macchiati di cibo o anneriti da un tentato incendio, le cicche per terra, latrine e materassi sporchi dove si annida persino la scabbia”, inevitabilmente trasforma quei luoghi in una bomba ad orologeria. In effetti le cronache dell’anno consegnano generose esempi di proteste, incendi, casi di autolesionismo e tentativi di evasione.

“Noi stessi - conferma don Domenico - quest’estate, con il caldo e le attività ridotte, abbiamo vissuto settimane complicate. La tensione era altissima”. Del problema si accorge chi vive gli Ipm ma anche il governo: il ministero della Giustizia, martedì scorso, ha inviato una nota ai sindacati di polizia penitenziaria per informare della volontà di creare un tavolo sulla criticità delle carceri per minorenni. Intanto ha annunciato l’apertura di quattro nuovi Ipm a Rovigo, L’Aquila, Santa Maria Capua Vetere e Lecce e da qualche settimana le uniformi - finora bandite dal sistema penitenziario minorile, che seguiva il principio dell’educazione più che della pena e della repressione - sono state messe di nuovo addosso agli agenti delle strutture per ragazzi per rendere più autorevoli gli agenti. “È un brutto segnale - commenta don Domenico - che dà l’idea del clima repressivo che si respira. Pur comprendendo la ratio con cui la misura è stata reintrodotta mi domando se la divisa sia la risposta giusta”.

I tempi in cui gli Ipm erano una specie di isola felice rispetto alla situazione traumatica delle carceri per adulti sembrano ormai definitivamente archiviati. Da un lato il decreto Caivano, approvato nell’autunno 2023, ha allargato i reati perseguibili con la custodia cautelare e inasprito le misure per spaccio e, nonostante la criminalità minorile non sia in crescita (anzi, nel 2023, è diminuita del 4%), in due anni il numero dei giovani detenuti è aumentato del 48%. Dall’altro le comunità educanti, che dovrebbero accogliere i minori sottoposti a provvedimenti penali, sono in crisi: quelle in capo diretto al ministero della Giustizia sono appena tre (a Bologna, Catanzaro e Reggio Calabria), le altre - gestite da enti privati accreditati - soffrono per mancanza di personale e risorse economiche.

Come se non bastasse al Nord, soprattutto nelle grandi città, si sono moltiplicati gli arrivi di minori non accompagnati per i quali manca una sistemazione. “Noi a Bologna - esemplifica Cambareri - abbiamo una maggioranza di tunisini, anche per la complicità delle mafie italiane e nordafricane legate allo spaccio degli stupefacenti e che coinvolgono i giovanissimi”. Se gli italiani hanno più possibilità di essere destinati ad altre soluzioni, visto che nel sistema gli Ipm dovrebbero essere solo l’ultima spiaggia, i minori non accompagnati sono abbandonati a se stessi e l’asticella dei diritti si abbassa, con spostamenti da una struttura all’altra che colpiscono soprattutto gli stranieri compromettendone il percorso.

Ma non sono questi gli unici trasferimenti che coinvolgono gli Ipm. Con il decreto Caivano è aumentato anche il flusso di ragazzi che dagli istituti minorili passano a quelli per adulti. Teoricamente chi ha commesso un reato da minorenne può finire di scontare la pena negli Ipm anche se ha tra i 18 e 25 anni. Finora questa era la prassi. Oggi invece numerosi ragazzi vengono trasferiti nelle sezioni per adulti subito dopo aver compiuto 18 anni, tanto che per la prima volta nella storia degli Ipm il 60% di chi li abita è minorenne.

“L’impressione è che i trasferimenti nelle carceri avvengano a scopo punitivo per i ragazzi più difficili ma questo significa abbandonare dei ragazzi a se stessi in un’età in cui hanno ancora bisogno di una rete educativa, segnarli in profondità e condannarli a perdersi. Si potrebbe fare molto meglio: c’è tanta bellezza in questi ragazzi sprecati”.