sito

storico

Archivio storico

                   5permille

   

di Stefano Liburdi

Avvenire, 21 agosto 2022

Male e bene, amore e inquietudine, speranza e paura, morte e vita. Attesa. Il carcere come non è mai stato raccontato prima, nel libro “Sofia aveva lunghi capelli” (Castelvecchi editore) di Giuseppe Perrone, recluso da trent’anni per una condanna all’ergastolo.

Tutto parte da un lutto che coglie Matteo, in carcere con un “Fine pena mai” sulle spalle. Nonostante l’ottimo comportamento e i chiari segnali di abbandono della cultura criminale mostrati, a Matteo viene negato il permesso di tornare a casa per un ultimo saluto al padre. Un evento che lo segna in modo indelebile. Da qui si snodano riflessioni e dubbi su quella che dovrebbe essere l’utilità della pena, da scontare in un luogo dove spesso si dimentica che chi è costretto dietro le sbarre è una persona e non un semplice numero.

Una pena che dovrebbe inseguire la rieducazione e il reinserimento del detenuto, come dettato dalla nostra Costituzione, ma che invece spesso somiglia a una vendetta da parte dello Stato. Basta pensare all’ergastolo ostativo, capace solo di togliere dignità e speranza al condannato. Perrone, quattro lauree prese in carcere, autore di saggi, opere teatrali e poesie, pur dipingendo quadri drammatici, non cade nel vittimismo ma riesce a fornire al lettore una visione globale, cruda e concreta, della vita da detenuto.

Giornate fatte di giorni, ore, minuti, perché “tutto conta quando stai male”, di contraddizioni e di cose a cui a volte è difficile dare un senso. Amore e studio allora diventano scogli nell’oceano, unica salvezza dove aggrapparsi in attesa che passi la tempesta. Un libro che somiglia a un dipinto e proprio come un’opera d’arte, dove ogni osservatore vede cose differenti dall’altro, trasmette emozioni di diversa natura. “Io ci sarò sempre, qualunque cosa accadrà”: Sofia ha giurato amore a Matteo. Eterno. L’unica cosa che dovrebbe durare per sempre.