di Viola Giannoli
La Repubblica, 16 luglio 2024
Sul pavimento del corridoio lurido e umido tra le celle arrugginite e i muri scrostati giacciono pezzi di lavandini, cessi sventrati, coperte bruciacchiate, bombolette del gas rovesciate a terra, bucce di frutta marcia, cartoni, plastica, vestiti. L’eredità dell’ultima rivolta nel carcere Lorusso e Cutugno di Torino - 1.488 detenuti su 1.101 posti disponibili - l’hanno vista tutti. Ripresa di nascosto con un cellulare che un recluso non potrebbe avere ma ha e postata su TikTok. “Noi ragazzi di Torino abbiamo deciso di rompere i cessi e i lavandini. Così le celle non saranno più agibili e dovranno intervenire l’Asl e la Cedu per le condizioni in cui viviamo. Dobbiamo farci sentire”, scrive il detenuto sotto al filmato. È il segnale della sommossa, lanciato oltre quelle mura. Un episodio su cui ora indaga pure la Procura.
Al Lorusso e Cutugno va avanti per tre giorni, dall’incendio della barberia con quattro agenti intossicati ai sanitari sfasciati e buttati in corridoio. Fino al ferimento di un quinto poliziotto, l’altro ieri sera, colpito in testa dalla bomboletta di un fornello scaraventata dai detenuti della decima sezione. Per l’Osapp “la situazione è fuori controllo”. Per la garante cittadina Monica Gallo “quel carcere andrebbe chiuso e ristrutturato”. Intanto da lì gli unici a uscire sono i video su TikTok. In poche ore ne spuntano altri, da altre prigioni, che gridano “libertà”, “amnistia”, “indulto”.
Domenica a Ivrea e a Pescara, dove il Sappe denuncia la presenza di 150 carcerati in più del tollerabile, due detenuti hanno aggredito altrettanti agenti della penitenziaria colpendoli alla testa. A Vercelli il nubifragio di venerdì scorso ha allagato le celle scatenando la rabbia dei reclusi: per sedare la rivolta altri poliziotti della penitenziaria - sempre tropo pochi per gestire la normalità figuriamoci le crisi - sono stati dirottati qui da altri istituti.
A Cuneo i sindacati di polizia raccontano di turni massacranti, anche di venti ore di fila; nell’ultima maxi rissa per il controllo interno del carcere sei detenuti sono finiti in ospedale, nessuno riusciva a fermarli. Le urla e le fiamme di sabato scorso nel carcere di Trieste si sono viste anche dalla strada: sovraffollamento, igiene scarsissima e caldo brutale, come ogni estate. I carcerati hanno svaligiato l’infermeria, l’antisommossa è entrata tra le celle, lacrimogeni e scontri. Il giorno dopo un detenuto è morto, probabile overdose, non verrà conteggiato tra i 54 suicidi di questa prima metà d’anno.
È “la polveriera sociale delle carceri italiane” di cui parlano le Camere penali che descrivono le prigioni come “luoghi ormai invivibili” in cui spesso manca tutto. Su 99 istituti ispezionati lo scorso anno dall’associazione Antigone in quasi un terzo non erano garantiti i 3 metri quadrati a testa a cui si ha diritto, in 48 non c’erano le docce, in 6 si dorme guardando il wc sistemato in un angolo tra le brande, in 9 c’erano celle senza riscaldamento, in 47 celle senz’acqua calda.
D’altronde c’è persino un magistrato di sorveglianza, su cui ora il Garante dei detenuti Maurizio D’Ettore ha avviato accertamenti, che sostiene non sia “un diritto essenziale garantito al detenuto, ma una fornitura che si può pretendere solo in strutture alberghiere”. Succede a Firenze, a Sollicciano, dove i reclusi hanno inoltrato più di cento ricorsi per le condizioni disumane. È scoppiata lì la prima rivolta di questa incendiaria estate, il 5 luglio, dopo il suicidio di un ventenne tunisino. Alla sommossa sono seguite quelle al Mammagialla di Viterbo, Trento, Vercelli, Brissogne: reparti devastati, materassi bruciati, agenti feriti.
Le ragioni sono sempre le stesse: chi finisce dietro le sbarre in più di un caso su 10 ha una diagnosi psichiatrica grave, e poi in cella fa troppo caldo (o troppo freddo), ci si sta stretti, nella metà delle prigioni manca un medico, ci sono bande in guerra, 24 ore sono lunghe se non c’è quasi nulla da fare. Dice il report del Garante dei detenuti che non c’è peggio di San Vittore: cinque reclusi per ogni gabbia in cui dovrebbero starcene due. Tra Milano e Brescia la Lombardia detiene il record nero del sovraffollamento.
Chi gira negli istituti racconta il resto. I deputati di Italia Viva sono stati ieri a Roma, Palermo, Milano, Civitavecchia. E ovunque hanno visto che “si sta stipati in celle malmesse con vuoti d’organico”. Al Beccaria minorile, dove 21 agenti sono stati arrestati o sospesi per violenze ed è poi arrivata l’inevitabile rivolta con evasioni, proteste e incendi, “la situazione è ancora difficile”, dicono Ivan Scalfarotto e Luigi Marattin, pure se sono arrivati altri uomini e finanziamenti. A Regina Coeli Roberto Giachetti ha visto letti a castello triplo, montati uno sopra l’altro: “L’ultimo respira con la bocca attaccata al soffitto”. All’Ucciardone, dice Davide Faraone, “le condizioni sono esasperate, lì dentro non c’è alcuna dimensione umana, non c’è alcuna possibilità di riscatto e nemmeno di un futuro diverso”. È così che si accende una rivolta.










